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Editoriale n. 5-2012

“Negli ultimi decenni, purtroppo, il mondo accademico, nel settore dell’ingegneria delle acque, sta compiendo, nel nostro Paese, un percorso di progressivo allontanamento dal mondo esterno (pubblica amministrazione, mondo professionale, imprese, etc..), che personalmente considero pericoloso ed involutivo. Sono svariate le cause di tale fenomeno; proverò a menzionarne un paio, senza nessuna pretesa di esaustività. Vorrei menzionare innanzitutto il processo, tuttora in atto, di progressiva diminuzione del prestigio sociale del sistema universitario e dello status del docente universitario, che fa seguito a quello oramai completato, che ha interessato il sistema scolastico; processo dovuto all’affermarsi progressiva nella società italiana di un sistema di valori che ha sempre minore considerazione per il ruolo della cultura e dei saperi, ma che si è svolto e si sta compiendo anche grazie all’incapacità del mondo accademico di contrastarlo. E dopo vorrei ricordare il processo di accrescimento del peso delle decisioni politiche, a livello locale e nazionale, nelle scelte, e non solo in quelle strategiche, delle Istituzioni preposte alla difesa del suolo ed alla gestione della risorsa idrica, che in alcuni casi arriva ad interessare persino scelte di carattere squisitamente tecnico. Infine, non ultima causa è la progressiva affermazione di sistemi di valutazione della ricerca e di reclutamento universitario, basati sull’uso di automatismi che poggiano su indici di impatto scientifico della produzione, che ha portato la produzione letteraria dei ricercatori, giovani e meno giovani, ad indirizzarsi in settori spesso molto lontani dalle pratiche ingegneristiche; è chiaro che questo processo di specializzazione fa sì che la formazione culturale dei docenti universitari si sviluppi e si specializzi in una direzione che rende sempre più difficile i legami con il mondo extra-universitario e sempre meno appetibile per le Amministrazioni ed il mondo del lavoro l’apporto di conoscenze che il mondo accademico è in grado di fornire.”
Queste frasi, riprese dalla relazione di Armando Brath “Spunti di riflessione sui rapporti fra accademia e mondo esterno” in “Il contributo della ricerca allo sviluppo dell’ingegneria delle acque in Italia. Atti della Giornata di studio in onore di Ugo Majone, Pavia, 10 febbraio 2011”, esprimono con rara efficacia e sinteticità un sentimento diffuso e da me condiviso. Ma non è semplice identificare e perseguire una “exit strategy” per ritrovare un rapporto più articolato fra il mondo accademico e quelli delle imprese, delle professioni e della pubblica amministrazione. Come può contribuire “L’Acqua” a questo difficile processo? Sia il Comitato di Redazione che il Consiglio Scientifico hanno la chiara coscienza di questi problemi, che si concretizzano nel ridotto interesse che molti ricercatori hanno alla pubblicazione di articoli su una Rivista italiana, certamente attualmente non bilanciato da un sviluppo di articoli che naturalmente provengono dalle categorie non accademiche. Le cause di questa difficoltà manifestata anche dalle altre categorie sono in parte ascrivibili ad elementi endogeni della Rivista ma in larga misura anche ad elementi esogeni. Infatti la Rivista soffre da una parte il progressivo generale disinteresse per l’associazionismo e la difficoltà di una chiara identificazione di ruolo e dall’altra, diversamente che in contesti culturali stranieri, la fatica di scrivere per comunicare i risultati delle proprie esperienze quasi sempre non ha effetti sulla carriera dei soggetti impegnati nella pubblica amministrazione e nelle imprese, e inoltre non costituisce titolo preferenziale nella professione. In altre parole non è realisticamente pensabile che il trend si inverta naturalmente, ma va stimolato non episodicamente ed a livello personale ma sistematicamente. Questa strategia è stata condivisa dagli organi della Rivista e tocca a chi la dirige ed al Comitato di Redazione dargli gambe. Mi riprometto di parlarne con maggiore dettaglio in uno dei prossimi editoriali, quando ne avremo definito i contorni, possibilmente per condividerla con chi legge e comunque per stimolare anche le sempre ben accette critiche di chi la pensa diversamente.
In questo numero la sezione Memorie ospita un articolo che si occupa di dighe e altri due relativi alla storia dell’idraulica e più precisamente degli acquedotti. La memoria di Francesco Federico e Andrea Montanaro analizza con simulazioni numeriche il moto piano di filtrazione, in regime permanente, attraverso dighe zonate con difetto di tenuta nel nucleo. Questi difetti possono indurre perdite elevate, decremento di resistenza, erosione, e portare alla formazione di stati limiti di servizio o ultimi. I risultati di queste simulazioni sono stati rielaborati tramite originali leggi di regressione multipla che consentono di determinare per fissati valori geometrici e idraulici, la portata filtrante e le pressioni interstiziali. Nell’articolo viene infine illustrata una procedura, basata sull’uso congiunto delle leggi proposte e di misure raccolte per il monitoraggio, che consente la stima della posizione, estensione e permeabilità del presunto difetto. Nel primo dei due articoli di storia dell’idraulica Renato Drusiani, Andrea Mangano e Giorgio Martino descrivono il ruolo che ha assunto nel corso dei secoli l’uso delle acque del lago di Bracciano e del vicino lago di Martignano. Infatti sin dai tempi dell’imperatore Augusto le acque di quest’ultimo, pur presentando caratteristiche organolettiche non adatte agi usi civili, che venivano soddisfatti dagli acquedotti alimentati prevalentemente da sorgenti del bacino dell’Aniene, è stato utilizzato per l’alimentazione di una grande Naumachia nella zona di Trastevere. Per consentire lo sviluppo di quest’area nel 109 d.C. l’imperatore Traiano fece costruire un acquedotto alimentato da sorgenti del bacino del lago di Bracciano. La memoria illustra come il ripristino dell’Acquedotto di Traiano sia stato fondamentale per lo sviluppo di Roma nell’epoca barocca e come attualmente il nuovo Acquedotto di Bracciano rappresenti l’alimentazione di sicurezza per la città di Roma. Nell’altra memoria Antonio Linoli descrive con completezza e passione l’imponente sistema acquedottistico “Aqua Augusta”, realizzato nel I secolo d.C. per l’alimentazione delle città del Golfo di Napoli, fra le quali Pompei, Capua, Napoli, Pozzuoli e Capo Miseno, dove è ancora visitabile la grandiosa “Piscina Mirabilis”. Anche se, come evidenzia più volte lo stesso Autore, la ricostruzione si basa sulla passione di un ingegnere idraulico e probabilmente difetta degli approfondimenti scientifici dell’archeologo, ha tuttavia il merito di far conoscere un’opera il cui studio dettagliato rappresenterebbe l’occasione non solo di indagare meglio sui costumi dell’epoca di un’area così importante ma anche una conferma delle grandi capacità degli ingegneri idraulici dell’antica Roma.
In questo numero della Rivista Pier Paolo Marini, nella nota tecnica sulla diga di Ridracoli, evidenzia come anche la costruzione e la gestione di una diga possono essere effettuate tenendo conto degli impatti ambientali, territoriali e sociali; la condivisione del processo e l’attenzione agli interessi locali nel caso specifico hanno consentito la realizzazione dell’opera un contesto non conflittuale, differentemente da quello che accompagna in genere l’iter progettuale e costruttivo di questa tipologia di infrastrutture. Giuseppe Rossi Paradiso nella rubrica “Discussione” riprende il tema delle priorità da seguire nella politica delle acque in Italia, che ad un anno dal referendum è ritornata nella solita fase di disattenzione, tornando a procedere con l’andamento del gambero. Certamente il complicato avvio dell’attività di regolazione in capo dell’Autorità del Gas e dell’Energia Elettrica può rappresentare un passo avanti, ma non può comunque sostituirsi alla mancanza di un politica chiara da parte del sistema politico. Nell’esprimere la mia personale condivisione sul suo punto di vista, confermo la volontà della Rivista di dedicare a quest’argomento un largo spazio, anche perché credo che alcuni dei problemi evidenziati nella prima parte di questo editoriale derivino proprio dalla mancanza di una chiara prospettiva del settore. Infine vorrei segnalare che in questo numero è riportata l’intervista a Carlo Lotti, Presidente Onorario dell’AII, con il quale è sempre un piacere confrontarsi non solamente per la sua conoscenza di tutti gli aspetti dell’ingegneria idraulica e la sua esperienza, ma ancora di più per la sua lucidità e capacità critica. L’intervista, che ripercorre i temi dell’intervento di Carlo Lotti al Convegno tenutosi in occasione del 150° Anniversario dell’Unità d’Italia, offre uno spaccato sul ruolo nella società che l’ingegnere ha assunto nei diversi periodi storici che si sono susseguiti dal 1860. Non è possibile riassumere qui i molteplici spunti che l’intervista offre, ma si può certamente affermare che da parte della Direzione c’è la volontà di ritornare su questi argomenti, analizzando, anche con l’aiuto anche di figure esterne al nostro mondo professionale, le interconnessioni fra gli aspetti tecnici, economici e sociali che hanno caratterizzato l’ingegneria idraulica italiana dopo l’unificazione sino ai nostri giorni.

 Il Direttore
Mario Rosario Mazzola