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Editoriale 5-2017

Riflessioni sulla mitigazione del rischio idrogeologico in Italia. Una nuova “Commissione De Marchi”?

Cari Lettori,
come la storia ci insegna, il nostro splendido Paese è fortemente esposto ad una vasta gamma di rischi naturali: eventi idrogeologici (frane, alluvioni, colate di detriti, mareggiate) e sismici (terremoti) ne colpiscono il territorio, con episodi così frequenti, violenti e diffusi che l’Italia si è purtroppo guadagnata la pittoresca definizione di grande “show room dei rischi naturali”. 
Le ragioni di tale fragilità sono sia naturali che antropiche. L’Italia è, per le sue stesse caratteristiche naturali, particolarmente vocata al rischio di alluvioni e di frane: collocazione geografica e orografia -una lunga penisola, con la presenza di importanti catene montuose relativamente vicine ai mari che la circondano, assetto che favorisce la genesi di precipitazioni particolarmente intense- insieme all’intrinseca natura geologica dei suoli la rendono  particolarmente predisposta ai fenomeni di dissesto.
Non meno rilevanti sono però le cause antropiche. Dal secondo dopoguerra in avanti, la forte crescita di popolazione (passata da 45.5 a 60.8 milioni di abitanti dal 1946 al 2015) e, ancor più, i processi di urbanizzazione e conurbazione, molto spesso avvenuti senza tenere nella dovuta considerazione gli aspetti legati alla vulnerabilità idraulica delle aree di insediamento, hanno contribuito ad aumentare sensibilmente il rischio in ampie parti del territorio nazionale. Il connesso fenomeno di abbandono delle aree montane ha poi fatto venire meno il tradizionale presidio del territorio esercitato dalle popolazioni locali. A ciò si aggiungono, in molti casi, gli effetti del cambiamento climatico, spesso evocati ma non ancora del tutto compresi, che tendono oggi ad aggravare diverse situazioni di rischio idraulico già piuttosto compromesse.
Nel nostro Paese è abbastanza diffusa fra i cittadini la consapevolezza, o per lo meno la percezione, di essere esposti al rischio sismico, anche se purtroppo raramente ciò determina un loro comportamento proattivo. Assai meno diffusa invece è la consapevolezza dell’esposizione al rischio idrogeologico.
Senza volere stilare una graduatoria di importanza, esercizio alquanto sterile, si vuole qui evidenziare come, in Italia, il rischio idrogeologico non sia affatto secondario rispetto a quello sismico. Tutt’altro. Uno studio del CNI, ha evidenziato come, nel periodo 1968-2014 i costi attualizzati dei terremoti in Italia, sono risultati pari a 121.6 miliardi di Euro; aggiungendo i costi stimati per i terremoti dell’Italia Centrale del 2016 (23 miliardi di Euro, secondi solo a quelli del terremoto dell’Irpinia del 1980), si arriva a un totale di 144.6 miliardi di Euro, che corrispondono ad una media di 2.95 miliardi di Euro/anno.
Per il dissesto idrogeologico, le valutazioni più affidabili sono quelle successive alla L. 14 agosto 2013 n.93, a seguito della quale sono state fissate metodologie omogenee per la ricognizione del danno. Ne emerge un dato di danno medio di 2.4 miliardi di Euro/anno. Si tratta però dei soli danni diretti  cioè quelli subiti dai beni mobili e immobili), e per i soli eventi per i quali sia stato dichiarato lo stato di emergenza. Ove si considerassero anche i danni indiretti, peraltro ben più difficili da valutare, si può ritenere che la stima complessiva salirebbe a 4-5 miliardi di Euro/anno (circa lo 0.2% del PIL).
Quanto detto è illuminante per il confronto tra i due rischi, sismico e idrogeologico. Tornando a quest’ultimo, passiamo ora a esaminare quanto investe lo Stato in prevenzione. Per gli interventi di prevenzione nel settore della difesa del suolo (esclusi quindi gli interventi di riparazione dei danni) lo Stato ha speso negli ultimi venti anni una media di circa 400 milioni di Euro/anno; ha investito quindi appena un decimo dei danni (diretti e indiretti) subiti.
Si tratta chiaramente di una strategia politica poco avveduta, basata su una costante sottovalutazione del fenomeno, che ignora l’importanza della prevenzione. Fortunatamente, in questi ultimi anni sembra che sia iniziata un’inversione di tendenza, che si spera possa essere consolidata e stabilizzata nel tempo. 
Ulteriori indicatori utili possono essere desunti, con riferimento alle sole alluvioni, dall’analisi dei Piani di Gestione del Rischio di Alluvione, recentemente completati dalle Autorità di Distretto Idrografico in attuazione della Direttiva europea 2007/60/CE, recepita col D.Lgs. 49/2010. La mosaicatura di tali dati (ISPRA, 2015), indica che le aree a pericolosità elevata P3 (che si stima possano essere inondate da un evento con tempo di ritorno TR tra 20 e 50 anni) si estendono per complessivi 12.218 km2 (4% del territorio nazionale), le aree a pericolosità media P2 (inondabili da una piena avente 100<TR<200 anni) per 24.411 km2 (8.1%), quelle a pericolosità bassa P3 (inondabili per TR=500 anni circa) per 32.150 km2 (10.6%). Passando ai dati di popolazione esposta, 1.9 milioni abitanti (3.2% del totale nazionale) risiedono in aree a pericolosità elevata P3, 5.9 milioni (10%) in aree a pericolosità P2, 9.0 milioni (15.2%) in aree inondabili nello scenario P1. Sono dati che evidenziano, inequivocabilmente, l’enorme importanza sociale ed economica del problema del rischio idrogeologico. 
Da quanto detto, dovrebbero risultare quindi chiaramente evidenziate, per quanto possibile con i limiti di spazio concessi, sia l’importanza del problema del dissesto idrogeologico che la cronica carenza di risorse economiche destinate a fronteggiarlo.
Mi pare quindi logico a questo punto domandarsi se, come spesso si afferma, tutto sia soltanto un problema di soldi mancanti. Ovvero, ponendo in altro modo la questione, se una disponibilità economica adeguata (quindi di un ordine di grandezza superiore all’attuale, diciamo sui 2 miliardi di Euro/anno) sarebbe di per sé sufficiente a garantire la risoluzione dei problemi attuali del dissesto. La mia impressione purtroppo è negativa: ci sarebbe bisogno anche di un Piano strategico di elevato profilo.
Va detto, infatti, che, in relazione ai fenomeni di dissesto, vanno individuati e progettati interventi, siano essi strutturali (manufatti quali argini, casse di espansione, scolmatori, etc.) o non strutturali (sistemi di previsione in tempo reale delle piene, provvedimenti di protezione civile, etc.), che siano effettivamente adeguati al contrasto degli stessi. Potrebbe sembrare un’ovvietà, ma invece non lo è, se è vero che in passato, nei casi in cui le disponibilità economiche ci sono state, la pur comprensibile esigenza di volere dare risposte al territorio in tempi rapidi (qualcuno, più crudamente, parla di tempi compatibili con la durata del mandato elettorale) ha spesso spinto verso il finanziamento di opere per le quali si disponeva di progetti esecutivi già pronti nel cassetto, di veloce cantierizzazione ma non sempre di comprovata utilità. Progetti spesso datati e obsoleti, quando non anche sommari e approssimativi.
Le stesse procedure di selezione degli interventi finanziabili, poi, tendono quasi sempre a premiare l’esistenza di una progettazione avanzata già pronta, noncuranti di quanto questa sia accurata, aggiornata e effettivamente adeguata a fronteggiare la situazione di rischio su cui si desidera intervenire.
Manca oggi una capacità di visione di insieme dei fenomeni da cui possa scaturire una pianificazione efficace degli interventi (strutturali e non strutturali), che, come chiedeva già nel 1952 Giulio De Marchi, indimenticabile funzionario dei lavori pubblici e poi maestro di idraulica e soprattutto grande servitore delle Istituzioni, sia in grado di considerare, nel bacino idrografico in cui si interviene, “l’intero territorio come entità unica e solidale, che occorre proteggere con il minimo danno complessivo”.
In definitiva, per un’efficace mitigazione della vulnerabilità del territorio nazionale al rischio idrogeologico sarebbero necessari non solo una ben più ampia disponibilità di risorse economiche ma anche un grande sforzo culturale, che conduca alla definizione di un vero “Piano nazionale per la mitigazione del rischio idraulico e per la difesa del suolo”, simile a quello, monumentale ma ormai necessariamente datato, che la Commissione De Marchi (Commissione Interministeriale per lo studio della sistemazione idraulica e della difesa del suolo) produsse nel 1970.
Non già quindi una semplice raccolta, collazione e classificazione delle proposte di intervento che pervengono dal territorio, come spesso oggi avviene, ma un vero Piano strategico nazionale, che parta da una profonda analisi dei fenomeni e individui i rimedi più opportuni, in termini di interventi strutturali e non strutturali. 
La redazione di un Piano di questo livello non potrà scaturire se non da un’auspicabile e rinnovata capacità di dialogo e di interazione feconda tra le Istituzioni pubbliche e l’Accademia, come all’epoca avvenne per la Commissione presieduta da De Marchi; superando, anche con qualche necessario sforzo di umiltà, l’attuale situazione di separatezza e autoreferenzialità, che tanto danno ha fatto al Paese negli ultimi decenni. 
Venendo all’illustrazione dei contenuti del presente numero della Rivista, il fascicolo si apre con una memoria di L. Da Deppo, intitolata La cassa d’espansione di Montebello Vicentino, la prima in Italia, compie novant’anni. 
Da Deppo rivisita documenti del glorioso Istituto di Idraulica di Padova per narrare la storia di un’opera pioneristica, creata con successo lungo un fiume del Veneto negli anni 1926-27; l’Autore correda la narrazione storica con un cenno sull’evoluzione della regolamentazione italiana, mettendo a confronto il caso delle casse di espansione con quello dei serbatoi artificiali. 
Nella nota Fondazioni idrauliche su cassoni: una rassegna tecnico-storica, R. Jappelli propone esempi storici della tecnica con la quale sono state costruite le fondazioni massicce, con buona ragione denominate idrauliche, di grandi ponti e traverse di sbarramento nell’alveo di fiumi e torrenti; quest’arte, oggi abbandonata, potrebbe ancora offrire grande affidabilità sulle soluzioni moderne ancorché queste siano meno rischiose per le maestranze.
Nella lunga storia narrata da G. Benfratello della legge della resistenza al moto dell’acqua nelle condotte si riconosce distintamente la capacità, caratteristica della ricerca scientifica idraulica, di apportare quei progressivi aggiustamenti necessari affinché una questione si trasferisca gradualmente dalla sfera della speculazione scientifica a quella della pratica applicazione.
La memoria Acqua come arma nel corso della storia. Aspetti tecnici ed etici di L. J. Del Giacco, R. Drusiani, L. Lucentini e S. Murtas, guidando il lettore attraverso la narrazione di guerre, battaglie, assedi famosi, evidenzia come la storia insegni che alcune comunità furono sconfitte da eserciti che seppero avvalersi dell’acqua come arma da guerra. Ciò avvenne con la diversione di fiumi, la creazione di canali intorno alle mura di una città, con l’invasione attraverso i cunicoli di un acquedotto, con l’interruzione dell’approvvigionamento idrico.
Con l’antico episodio citato dagli AA. della conquista della città di Napoli da parte del Generale Belisario che vi penetrò attraverso una galleria dell’acquedotto, si potrebbe ricordare che nel 1943 i tedeschi, ormai in ritirata, minarono l’acquedotto lasciando senz’acqua la città partenopea, già stremata dalla guerra.
La successiva memoria La valutazione delle piene nei piccoli bacini. Un problema ancora aperto di S. Gabriele, F. Chiaravalloti e A. Procopio propone interessanti confronti tra le possibilità offerte dal classico rilevamento puntuale diretto con pluviometri e i metodi basati sull’esplorazione delle meteore con il radar meteorologico. 
La memoria evidenzia le lacune che possono derivare dall’utilizzo dei soli pluviografi nella stima delle portate di massima piena di piccoli e piccolissimi bacini, nonchè le possibilità offerte dal ricorso al radar per una più realistica ricostruzione del campo delle precipitazioni, al fine di superare le note incertezze nella stima delle portate; gli AA. non mancano, tuttavia, di segnalare la limitata durata delle serie radar oggi disponibili.
Nella Sezione In Breve compare l’articolo Le soggezioni di un piccolo borgo della Costiera Amalfitana, di R. Jappelli. L’A., che ha frequentato con la famiglia per oltre cinquant’anni quel piccolo borgo di pescatori, traccia un sintetico panorama delle trasformazioni avvenute intorno al breve torrente che attraversa il paese, precipitando dai Monti Lattari verso il Mar Tirreno, e conferma l’avviso dei ricercatori dell’Università di Salerno, che vi associano un elevato rischio di colate di fango.
La sezione Discussione si apre con un contributo di G. Frega dal titolo Siccità e programmazione di cantieri per l’acqua; l’A. commenta la situazione di grave siccità che ha colpito il Paese durante la stagione estiva e che si sta prolungando in quella autunnale, ricordando come, per il soddisfacimento dei fabbisogni idrici, non si possa prescindere dalla disponibilità di adeguate capacità di regolazione; invece non si è purtroppo mai dato seguito alle numerose e autorevoli indicazioni sul fabbisogno di nuovi invasi di regolazione, formulate nel secolo scorso.
Sempre nella sezione Discussione, sono ospitati tre articoli che traggono spunto dai contributi presentati all’importante Convegno Nazionale su Etica, Ambiente e Acqua, organizzato dalla Sezione Sicilia Orientale della AII, pubblicati su un recente numero della Rivista (L’Acqua, 2-2017). G. Rossi evidenzia come solo la dimensione etica, intesa come etica della responsabilità, possa far superare la contrapposizione tra un approccio puramente antropocentrico, dominato da una fiducia illusoria che la soluzione dei problemi ambientali possa essere affidata solo alla scienza e alla tecnica, e una deformazione eco-centrica, ingenuamente feticistica nei confronti della natura, che ritiene che l’uomo debba semplicemente adattarsi alla natura stessa, essendo nient’altro che una specie animale, al pari di tutte le altre che popolano il pianeta.
Sempre in tema di etica, il contributo Professionalità in progress di S. Troisi evidenzia come esista uno stretto legame, troppo spesso dimenticato, tra competenza specialistica e capacità umane, tra il saper fare, che attiene ad una sfera più squisitamente cognitiva, e il saper essere, che fa riferimento ad una sfera più emotiva e relazionale, e il cui potenziamento è indispensabile per scoprire l’aspetto sapienziale della professione.
La sezione Discussioni si chiude con lo scritto di R. Jappelli, dal titolo Soluzioni, che richiama anch’esso i temi dell’etica della responsabilità. Il progettista è spesso sollecitato a compiere la scelta della soluzione a un determinato problema esaminando con attenzione le molteplici opzioni progettuali che possono risolvere lo stesso; in tale scelta, vanno considerati aspetti di tipo tecnico, economico ma in primo luogo etico. In ogni caso, l’A. raccomanda che la decisione del progettista non sia mai estemporanea ma si basi sempre su un’estesa sperimentazione, anche con l’ausilio di appositi modelli, degli scenari conseguenti a ciascuna soluzione. 
Il numero si chiude con la sezione Memoranda, nella quale, a beneficio di quei lettori sensibili che vorranno distogliere per un momento l’attenzione dall’attualità per rivolgerla ad una delle più grandi catastrofi avvenute nell’Italia Meridionale nella seconda metà dello scorso millennio, riproduciamo cinque paragrafi (da XXVII a XXXI) del Capo Secondo della Storia del Reame di Napoli dal 1734 al 1825, scritta dal Generale Pietro Colletta, nella rara edizione del 1834 stampata a Capolago, Canton Ticino, dalla Tipografia Elvetica.
Buona lettura!

Armando Brath

n. 6-2017 Da Deppo

Luigi Da Deppo

GLI ACQUEDOTTI MILITARI ITALIANI NELLA GRANDE GUERRA 1915-18

ITALIAN ARMY AQUEDUCTS IN THE GREAT WAR

All’inizio della Grande Guerra, le modalità di conduzione delle operazioni militari sul fronte italiano, impegnando una grande massa di militari, soggetti a lunghi periodi in trincea in zone impervie, si rivelarono diverse da quelle delle guerre precedenti ed imposero una speciale organizzazione per il rifornimento idrico alle truppe combattenti ed agli animali al seguito. L’Esercito italiano istituì quindi uno speciale servizio idrico alla dipendenza delle varie Armate per la realizzazione di acquedotti che, prelevata l’acqua da sorgenti o da pozzi profondi ubicati nelle retrovie, e sollevata con motopompe, talvolta con dislivelli superiori a 1000 m, la adducessero fino alla linea di combattimento.
Dopo una premessa sull’entrata in guerra dell’Italia e sullo sviluppo delle operazioni sul fronte italiano, il testo, descrive le modalità di rifornimento idrico alle truppe, la realizzazione degli impianti ed illustra i più significativi sistemi idrici nei principali scacchieri di combattimento.
Parole chiave: Acquedotti, Impianti di sollevamento, Grande Guerra, Rifornimenti militari.

At the beginning of the Great War, the course of action of military operations in the Italian front, engaging a large mass of soldiers, subjected to long periods in trenches in inaccessible areas, proved to be different from those of prior wars and imposed a special organization for the water supply to the troops and animals in tow. Therefore, the Italian Army instituted a special water service to the dependence of the various armed forces for the construction of aqueducts that extracted water from springs or deep wells located in the rear, raised it with motor-driven pumps, sometimes with reliefs of more than 1000 m, then conveyed it to the combat line.
After a brief introduction on the Italian entry into war and the development of operations in the Italian front, the paper, describes the modes of water supply to the troops, the construction of the pumping stations, and illustrates the most important water systems in the major war fighting theaters.
Keywords: Aqueducts, Pumping Stations, Great War, Military Supplies.

 

n. 6-2017 Michelazzo et al.

Giovanni Michelazzo, Stefano Sadun

INFLUENZA DELLE PARAMETRIZZAZIONI IDROLOGICO-IDRAULICHE NELLA MAPPATURA DELLA PERICOLOSITÀ DI ALLUVIONE

SENSITIVITY ANALYSIS OF HYDROLOGIC-HYDRAULIC PARAMETERS ON FLOOD HAZARD MAPPING

La memoria concerne l’influenza che la scelta di determinati metodi di parametrizzazione e dei relativi valori può avere sulle variabili di input e di output dei processi idrologico-idraulici per la simulazione di eventi alluvionali. La vastità del tema viene trattata citando alcuni aspetti rilevanti che caratterizzano le scelte nelle modellistiche idrologico-idrauliche di uso più comune e focalizzando l’attenzione su due aspetti specifici, ovvero la scelta dello ietogramma di progetto e la differenziazione spaziale della resistenza al moto sulle aree bidimensionali di propagazione. Viene proposto il caso studio del bacino del torrente Contesora, affluente del fiume Serchio, oggetto di un recente studio di aggiornamento del quadro di pericolosità idraulica svolto dall’Autorità di bacino del fiume Serchio e i risultati sono discussi nell’ottica della definizione degli scenari alluvionali. Il lavoro si avvale di softwares gratuiti utilizzabili alla scala di sottobacino e vuole fornire stimoli di discussione sull’importanza che le scelte modellistiche rivestono sui risultati degli studi idrologico-idraulici.
Parole chiave: Analisi di sensitività; Ietogramma di Progetto; Modellistica Idraulica Bidimensionale; Modelli di Piena; Scabrezza Idraulica.

The paper deals with the influence that parameters and methods of simulation in the hydrologic-hydraulic processes may have on the variables that are fundamental for flood risk analyses. A brief literature review of the most used methods and parameters is presented and two particular issues are taken into account, i.e. the choice of the hyetograph for the hydrologic analysis and the use of a spatially-varied roughness coefficient for the hydraulic simulation in a two dimensional domain. The Contesora river basin is considered as a case study starting from a recent analysis performed by the River Basin Authority of River Serchio: a sensitivity analysis of the parameters is performed by means of free hydrologic-hydraulic softwares under the framework of flood risk mapping. The study highlights the importance of an appropriate choice of parameters and stimulates the discussion of researchers and engineers.
Keywords: Sensitivity Analysis; Design Hyetograph; Two-Dimensional Hydraulic Modeling; Flood Modeling; Hydraulic Roughness.

 

n. 6-2017 Farina et al.

Giulia Farina, Stefano Alvisi, Marco Franchini

ESTIMATION OF DISCHARGE AND ROUGHNESS BY MEASUREMENT OF WATER LEVELS ALONE. A Review of the Slope-Area Method

STIMA DELLA PORTATA E DELLA SCABREZZA MEDIANTE LA MISURA DI SOLI LIVELLI. Una rivisitazione dello Slope-Area Method

The Slope-Area method, braodly described in the technical literature, allows estimation of the discharge flowing through two river cross-sections located at a suitable distance and with no lateral inflow/outflow, when simultaneous water level measurements in the two sections and the roughness coefficient of the reach are available.
After a summary of the theoretical basics and mode of application of the method, we highlight its sensitivity to roughness, the latter expressed by means of the Manning coefficient. Then we describe a procedure for estimation of this coefficient based only on knowledge of the levels measured in two adjacent sections. The procedure is based on the concept of kinematic celerity and assumes that the bathymetry of the two sections and the length of the reach are known. Finally, we present an application of the procedure to a reach of the Arno River which shows that the roughness is a function of water depth. Comparison with the known rating curve allows us to validate the procedure proposed for estimation of the roughness coefficient and confirms the possibility of using the Slope-Area method to estimate the discharge on a continuous time basis, using measurement of the water levels alone.
Keywords: Manning’s Coefficient, Discharge, Gradually Varied Open Channel Flow.

Lo Slope-Area-Method, ampiamente descritto nella letteratura tecnica, consente di stimare la portata in transito fra due sezioni fluviali poste a opportuna distanza e prive di apporti laterali, avendo a disposizione misure simultanee di livello nelle due sezioni e il coefficiente di scabrezza di tratto. 
In questa memoria, dopo un richiamo dei fondamenti teorici e delle modalità di applicazione del metodo, se ne evidenzia la sensibilità alla scabrezza, quest’ultima espressa tramite il coefficiente di Manning. Quindi si descrive una procedura per la stima di questo coefficiente, che richiede la sola conoscenza di livelli misurati in due sezioni successive. La procedura si basa sul concetto di celerità cinematica e assume che la batimetria delle due sezioni e la lunghezza del tratto siano note. Si presenta infine un’applicazione a un tratto del fiume Arno che mette in evidenza come la scabrezza sia funzione della profondità idrica. Il confronto con la scala di deflusso storica consente di validare la procedura proposta per la stima del coefficiente di scabrezza e supporta la possibilità di utilizzare lo Slope-Area-Method per descrivere con continuità temporale la portata in transito appoggiandosi alla sola misura dei livelli.
Paole chiave: Coefficiente di Manning, Portata, Moto gradualmente variato.

n. 6-2017 Infusino et al.

Ernesto Infusino, Simona Gaglioti, Tommaso Caloiero, Giovanni Callegari

RICERCA SULLA QUALITÀ DELLE ACQUE SORGIVE A SCALA DI BACINO. Il caso del bacino del fiume Crati

BASIN-SCALE INVESTIGATION ON WATER SPRING QUALITY. Case Study: Crati River Basin (Southern Italy)

Si espongono i risultati di una ricerca relativa alle caratteristiche chimico-fisico di circa 200 sorgenti nel bacino idrografico del fiume Crati. Il lavoro è stato articolato in più fasi: localizzazione delle sorgenti, campionamento e analisi dei campioni, elaborazione dei dati. L’ingente mole di dati è stata raccolta in un geodatabase. 
Le analisi sui campioni hanno permesso di determinare la facies idrochimica, ovvero la suddivisione delle acque analizzate secondo una classificazione in famiglie di appartenenza tramite la metodologia proposta da Langelier - Ludwig. Lo studio ha permesso di individuare almeno cinque macro province idrogeologiche.
Parole chiave: Acque sotterranee, Sorgenti, Diagrammi di Langelier-Ludwig, Bacino del Crati.

Results of analyses on the physical and chemical parameters of about 200 samples of water springs falling within the Crati river basin in Calabria are reported. The work has been organized in three steps: historical research for the localization of the water springs, sampling and analysis of the selected water springs and data processing. All the data have been collected in a geo-database. The physical and chemical tests allowed the characterization of the hydrochemical facies of the sampled waters by means of the Langelier-Ludwig diagram. Results help in identifying five different sub-areas.
Keywords: Groundwater, Water Springs, Langelier-Ludwig Diagram, Crati River Basin.

 

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