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MESSINA E DOPO MESSINA
Le questioni inerenti la difesa del suolo e l’assetto idrogeologico interessano con pari frequenza e incidenza tutto il territorio nazionale. Questioni strutturali legate alla orografia, alla geologia, ai regimi pluviometrici, insieme a effetti derivanti da modelli di sviluppo e insediativi stanno alle spalle della difficile situazione italiana. Il nostro parlamento seppe individuare i nodi essenziali del problema, con una legislazione accorta e lungimirante, che è stata punto di riferimento per gli altri Paesi europei.
Venti anni or sono vide la luce la legge 183, legge quadro sulla difesa del suolo, naturale sbocco legislativo dei lavori di Giulio De Marchi, dopo l’alluvione di Firenze. Per diversi motivi è stata a lungo inapplicata, ma da dieci anni a questa parte grazie anche alla sollecitazione tempestiva del parlamento tramite il Comitato Paritetico sulla difesa del suolo e alle novelle legislative nel frattempo varate, il nostro sistema regionale ha saputo esplicare una serie di azioni non estemporanee né effimere per diminuire il rischio idrogeologico. Interdisciplinarietà, acqua e suolo come un unicum strettamente interconnesso, pianificazione a scala di bacino… in termini stringatissimi, è questa la struttura portante del nostro dettato legislativo. La Direttiva Europea del 2000 di fatto recepì al suo interno l’ossatura della legge 183 e della successiva legge 36 (legge Galli), adeguandole, snellendole, articolandole, migliorandole.
Nel tempo, però, le dotazioni finanziarie e strumentali destinate ai bacini idrografici andavano via via assottigliandosi; non venivano sciolti in misura decisiva i nodi riguardanti competenze, ruoli, priorità, con conseguenti capacità di spesa molto ridotte; l’aspetto post emergenziale assumeva sempre più importanza se non addirittura preminenza; il ritmo e l’estensione dell’occupazione del territorio, sovente fuori da ogni logica e da corrette programmazioni,
aumentavano a dismisura, a fronte di controlli al massimo solo nominali. Il tutto era l’origine, o forse la conseguenza, di un calo di attenzione verso la difesa del suolo da parte di soggetti diversi, non esclusa la comunità scientifica che pure ebbe ruolo decisivo nella stesura della legge 183.
Oggi siamo in presenza di incontrovertibili mutamenti delle condizioni climatiche che inducono tutti, ciascuno per la parte di competenza, ad assumere decisioni e comportamenti corrispondenti; rimane ancora troppo alto il grado di confusione rispetto a precedenze e competenze; le risorse economiche sono sempre più esigue; l’edificazione e l’occupazione del territorio sono procedute con velocità sempre più crescenti; il soggetto istituzionale competente è di fatto la protezione civile, in termini per lo più di interventi post eventi, affievolendosi sempre più una cultura e una prassi della previsione e della prevenzione; il nostro parlamento non ha ancora recepito la direttiva del 2000, pur procedendosi, non è dato sapere con quale logica e costrutto, nella redazione dei piani di gestione, così come previsto dalla successiva direttiva. Ma va sottolineato, nel contempo, il meritorio lavoro delle Autorità di Bacino, che attraverso i Piani Stralcio hanno fornito una fotografia puntuale delle aree a rischio, lavoro che non ha prodotto come era invece da attendersi una politica organica di interventi di riduzione del rischio. Le carte del rischio sono servite a impedire nuovi insediamenti, come è giusto che sia, ma non sono servite a promuovere un’azione coerente di mitigazione. Questo è un nodo centrale: è, oggi, l’emblema del sostanziale fallimento della politica di difesa del suolo in Italia.
I fatti di questi ultimi giorni verificatisi a Messina, nella loro tragicità e nel dolore che trasmettono a ciascuno di noi, appaiono così terribilmente emblematici. Seguono gli eventi dello scorso inverno in Calabria, quelli di Soverato, di Sarno, della Valtellina, di Stava, del Piemonte, di Firenze, del Polesine secondo un rosario di lutti e di devastazioni che non può più essere liquidato con un cinico e di fatto assolutorio “evento ampiamente annunciato” e con un falsamente consolatorio “ricostruiremo tutto”. Nel sesto paese industrializzato del pianeta, nel 2009, non possono, non devono verificarsi eventi di questo tipo.
E’ necessario avviare con tempestività, urgenza ma anche il necessario spessore culturale e istituzionale, una stagione di rinnovata attenzione, di provvedimenti, di priorità collegati al sistema acqua-suolo, così che sia in sede legislativa che nelle articolazioni culturali, professionali e istituzionali del nostro paese si pervenga a un insieme di misure organiche, alla disponibilità soddisfacente di dotazioni finanziarie, strumentali e personali, a un codice di best practices volti a una gestione equilibrata del territorio e del suolo e a minimizzare i corrispondenti rischi. In questa azione la Comunità scientifica e quella idraulica in particolare devono essere, ancora una volta, in prima linea.

Massimo Veltri
Presidente dell’Associazione Idrotecnica Italiana

Pasquale Versace
Presidente del Gruppo Italiano di Idraulica

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