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Editoriale n. 3-2009


Ogni sistema, qualsiasi comunità, se vuole vivere, crescere, incidere sui processi, deve essere in grado di interrogarsi circa l’attualità della sua missione, sull’adeguatezza degli strumenti di cui dispone, sulle azioni che deve mettere in essere. E ciò è ancor più vero in tempi di marcata entropia, di processi dinamici segnati da continue accelerazioni, non sempre lungo direzioni privilegiate, di difficoltà nel ritrovarsi all’interno di processi associativi, dal momento che la verticalizzazione dei momenti decisionali sembra essere la norma indiscussa. Se per sistema e comunità assumiamo quello universitario, e in particolare quello delle discipline idrauliche, è da tempo che assistiamo a una sorta di marginalizzazione tanto dell’ingegnere idraulico quanto del peso accademico assegnato alle materie dell’ingegneria dell’acqua. Ad esempio, i corsi di laurea espressamente contenenti la parola acqua si contano sulle dita di una sola mano, nel nostro Paese. Corsi di laurea che pure erano nati secondo i migliori auspici vedono un continuo e progressivo calo degli iscritti. E si potrebbe continuare lungo l’elencazione di una serie di contatori che attesterebbero l’assunto: l’idraulica non possiede più appeal, serve poco al Paese, sono altre le priorità e le emergenze, i settori di punta, da coltivare e privilegiare, risiedono in altre ambiti. E’ veramente così, e nel caso quali sono le responsabilità e i compiti nostri, tanto a livello formativo, che di ricerca, quanto di attività professionale e imprenditoriale? I decenni di una golden age dell’idraulica italiana sono ben noti e risiedono nelle necessità e nella voglia di un Paese che prima si immetteva con slancio nell’industrializzazione, poi nel potenziamento infrastrutturale, infine nel riequilibrio fra le varie parti del Paese. I grandi impianti idroelettrici, le colossali opere di bonifica, il complesso delle operazioni per la captazione, l’adduzione, la distribuzione dell’acqua a fini plurimi, la difesa del suolo, il trattamento trovavano interfacce potenti fra la politica e le istituzioni da una parte, una comunità scientifica di assoluta eccellenza, una capacità di fare impresa che ci ha reso illustri nel mondo dall’altra. E’ inutile crogiolarsi in una contemplazione malinconica del passato: il tempo e la storia mutano e stravolgono paradigmi e pseudo certezze di ben altra portata, quindi cerchiamo di capire dove siamo, oggi, e cosa possiamo fare. Una mano ce la fornisce in tal senso il recente convegno che insieme al Gruppo Italiano di Idraulica, l’Università Federico II di Napoli e il Dipartimento di Difesa del suolo dell’Università della Calabria, abbiamo tenuto agli inizi di febbraio a Napoli. Le relazioni e la discussione sono state impietose ma hanno individuato non pochi elementi di positività e di fiducia. Il “nostro” professore Pippo Rossi, dopo aver evidenziato il ruolo e il contributo storico dell’Associazione non ha indugiato più di tanto in direzione d’uno stucchevole amarcord, ma ha indicato precise coordinate di movimento lungo le quali inserirci. A condizione, beninteso, che le diverse tessere del mosaico abbiano ciascuna una propria validazione e che tutte insieme si compongano in una cornice unitaria. Perciò abbiamo discusso di qualità della didattica e della ricerca, di meccanismi di reclutamento e di progressione di carriera nell’università, di raccordo fra mondo delle professioni, della formazione, dell’impresa, della politica. Di certo, la massificazione qualunquistica con la quale è oggi considerata l’accademia non può essere supinamente accettata nè acriticamente respinta. Come la saggezza ellenica ci ha insegnato c’è un senso della misura al quale è bene attenerci. E questa misura è costituita dalla considerazione che non sempre siamo stati, nelle università e nei centri di ricerca, buoni maestri nel premiare chi di più meritava; non sempre abbiamo effettuato scelte di progettazione curricolari veramente utili alla migliore formazione di professionisti; che non abbiamo fatto tutto quello che potevamo per fare sistema con la politica.
E questa misura è costituita, ancora, nel saper argomentare, correggere, rivedere talune distorsioni, proponendoci come interlocutori accreditati verso i decisori. Taluni provvedimenti governativi, infatti, appaiono in tutta la loro impietosità, dettati da una vis tranchant che francamente non è dato sapere quanto risultino funzionali allo scioglimento in positivo dei tanti nodi gordiani che abbiamo intorno. E la stessa attenzione alle politiche territoriali e sull’acqua che diversi governi succedutisi negli ultimi anni, ci appare francamente molto esigua. Mentre il Paese attende ammodernamenti infrastrutturali, adeguamenti sulla messa in sicurezza del territorio, servizi efficienti, professionisti pronti. Noi lo diciamo da tempo, e lo abbiamo ripetuto nell’ultimo anno, siamo pronti a fare la nostra parte, senza volgere più di tanto lo sguardo solo al passato, e lo vogliamo fare con quanti, e non sono pochi, condividono la nostra impostazione, le nostre preoccupazioni, la nostra consapevolezza che le cose possono, devono, cambiare.

Massimo Veltri
Il Presidente

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