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Editoriale n. 2-2010


Servizio Idrico senza Pace


Alla fine di marzo sono stati depositati in Cassazione, da parte di un comitato di gruppi e movimenti, tre referendum abrogativi che riguardano sia l’art. 23 bis sui servizi pubblici locali (come modificato dal c.d. Decreto Ronchi alla fine del 2009), sia vari articoli del decreto legislativo 152/2006 (Testo Unico Ambientale).
Obiettivo della campagna referendaria è la lotta contro la privatizzazione del servizio idrico, avviata dal Decreto Ronchi, che obbliga alla apertura del mercato la gestione del servizio idrico integrato, anche mediante un consistente incremento della partecipazione del capitale privato nelle attuali società quotate a maggioranza pubblica.
In particolare i primi due quesiti, attraverso abrogazioni selettive, intendono superare le attuali forme di gestione di tipo societario (con o senza capitale privato); il terzo quesito ha invece per oggetto la eliminazione di qualunque forma di redditività del capitale, rendendo impossibile l’autosostentamento degli investimenti nel servizio idrico.
L’obiettivo posto dal comitato referendario, che ci riporta alla linea seguita dal nostro Paese per quasi tutto il ventesimo secolo, talvolta con ottimi risultati, è dal suo punto di vista ambizioso, ma certamente molto diverso rispetto al trend di industrializzazione del servizio costantemente mantenuto dal nostro legislatore dalla metà degli
anni ’90 ad oggi: in particolare con la legge 36/94, nota come “Galli”. Ma va anche ricordato che sul decreto in questione, con diverse motivazioni, hanno sollevato eccezione di costituzionalità davanti alla Consulta ben sette Regioni.
Ovviamente il problema posto dai referendum ha natura squisitamente politica, ed esula quindi dalle finalità di questa Rivista, che si è sostanzialmente mantenuta estranea ai problemi generatori di contrapposizioni, interne o trasversali rispetto agli schieramenti politici del nostro Paese, suscitate dalle non sempre comprensibili evoluzioni
delle norme sui servizi locali negli ultimi anni.
Una rivista che ha fatto della oggettività dei dati uno dei suoi punti di forza ha però il dovere di correggere alcune notizie, difformi rispetto alla realtà dei fatti, diffuse in occasione dei referendum sopra richiamati. Ci riferiamo in particolare all’affermazione contenuta nel documento di presentazione dei quesiti referendari, ove si sostiene che le utilities devono i loro profitti “….. soprattutto all’aumento delle tariffe, ben più alte in Italia che nel resto d’Europa”, comprendendo fra tali tariffe anche quelle idriche.
Nella realtà è vero il contrario, essendo l’Italia il Paese con le tariffe idriche, in assoluto, più basse d’Europa, tariffe che scendono fino ad un quarto di quelle praticate in Paesi ove la gestione pubblica rappresenta il 100 % delle realtà. Ciò che spiega, del resto, anche la carenza o l’obsolescenza di infrastrutture idriche, dagli acquedotti (che spesso perdono) sino al sistema fognario depurativo, la cui rete è gravemente carente al sud, e per la quale in questi ultimi anni rappresentiamo oggetto di “attenzione” da parte della Commissione Europea.
Per questi ed altri aspetti, che possono fare discutere in merito a specifici aspetti della campagna referendaria di recente lanciata, la rivista può rappresentare una tribuna di dibattito e confronto fra le diverse opinioni.

 

Il Direttore
Ugo Majone
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