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Editoriale n. 4-2012

Dirigere una rivista in generale dovrebbe comportare l’onere di chiedersi continuativamente se la strada perseguita sia quella giusta e se gli sforzi intrapresi per il raggiungimento degli obiettivi che ci si è proposti siano quantitativamente e qualitativamente sufficienti. A questa condanna, simile quella che gli dei hanno inferto a Sisifo, non può sottrarsi neanche chi dirige una rivista tecnica come “L’Acqua”.
Nell’editoriale del numero 1/2012 sono state descritte brevemente alcune delle caratteristiche del Piano Editoriale che in questo periodo è stato oggetto di confronto interno con il Comitato di Redazione e che nelle sue linee essenziali è stato confermato anche dagli organi dell’Associazione Idrotecnica Italiana recentemente rinnovati. Volendo sintetizzare al massimo il Piano direi che l’obiettivo primario è l’allargamento degli interessi della rivista ad altre dimensioni che interagiscono con le problematiche tipiche dell’idraulica e delle costruzioni idrauliche, quali l’ingegneria ambientale, l’economia, la pianificazione territoriale, l’attività legislativa. Tutto questo senza perdere la qualità scientifica e tecnica del prodotto rivista, anzi possibilmente migliorandola, con l’obiettivo lontano di verificare in futuro se esistono le condizioni per una sua internazionalizzazione. Per i prossimi anni è comunque essenziale che la rivista diventi un punto di riferimento per una platea vasta di lettori, che comprenda mondo accademico, imprese di costruzione e di gestione, professioni e pubblica amministrazione. Mission impossible? Forse, ma dobbiamo comunque tentarla.
Per rispondere alle domande poste all’inizio dell’editoriale occorre preliminarmente analizzare e comprendere il momento storico del contesto culturale nel quale si posiziona la rivista, caratterizzato da una distanza sempre maggiore fra il mondo accademico e quello applicativo. Niente è più attuale della necessità nel nostro settore di “Closing the gap between theory and practice” che è un ricorrente titolo di convegni o sezioni di essi. I perché sono complessi e hanno bisogno di più spazio di questo breve editoriale e spero che venga affrontato nella rubrica “Discussione” di un prossimo numero della rivista. Tuttavia è evidente che in prospettiva le modalità di valutazione della ricerca a fini accademici e la crisi finanziaria, che nel nostro settore in Italia ha normalmente comportato una contrazione dell’impegno del mondo produttivo in termini di risorse finanziarie e capitale umano nella fase della ricerca applicata, non lasciano presagire nel prossimo futuro una naturale riduzione dello iato che si è venuto a creare. L’elevato valore del debito pubblico in Italia rende anche più difficile quella politica espansiva che normalmente è rappresentata nella ricerca dalla
committenza pubblica, sia nella fase della ricerca di base che di quella applicata. La divaricazione fra teoria e pratica, e forse fra scienza e tecnica, nel campo dell’idraulica e delle costruzioni idrauliche corre il rischio di aumentare, e forse di diventare incolmabile. Proprio per questo credo che va fatto ogni sforzo per invertire la tendenza e questa rivista può potenzialmente rappresentare un valido ponte fra le diverse competenze che si occupano di risorse idriche nel nostro Paese, rilanciando anche quelle degli specialisti del settore che devono confrontarsi con le altre senza complessi di superiorità o inferiorità. Infatti, se da un lato l’approssimazione con la quale tanti argomenti vengono trattati spesso mette in evidenza la carenza delle analisi tecniche nei processi decisionali, di contro la complessità dei problemi richiede che ingegneria, economia, legge, scienze naturali e sociologia vengano sapientemente miscelate in un confronto costruttivo. Solo facendosi interprete propositivo in questo faticoso processo l’ingegnere idraulico può riacquistare il ruolo centrale che ha sempre avuto e che oggettivamente oggi ha parzialmente perso. Il mondo accademico può avere un ruolo determinante stimolando i più giovani a ragionare sull’applicabilità pratica dei fenomeni che studiano e dei modelli che sviluppano, come è stato sempre nella migliore tradizione dell’ingegneria idraulica italiana. Nel ribadire quindi la convinzione della linea editoriale intrapresa, va contestualmente riconosciuto che solamente una rinnovata produzione di articoli che, oltre ai campi classici della rivista, abbracciano questa impostazione interdisciplinare rappresenta la reale controprova che questa strada sia davvero quella corretta. Certamente è compito del Comitato di Redazione stimolarla, e nel prossimo editoriale mi propongo di illustrare attraverso quali iniziative intendiamo rendere concreta questa azione.
Fra le Memorie di questo numero ritroviamo articoli che trattano di aspetti culturali e dighe, difesa idraulica del territorio, idrologia e ingegneria ambientale. Ruggiero Jappelli nel suo articolo tratta della complessità del linguaggio usato nell’ingegneria delle dighe, analizzandone gli aspetti semantici che rendono multivalente l’uso di vocaboli spesso associati al solo significato tecnico. Il suo auspicio è che le associazioni che coltivano le tradizionali discipline dell’Ingegneria Civile uniscano gli sforzi per recuperare linguaggio e vocabolario comuni, in un processo di costruzione di un contenuto unitario del settore, ed auspica contestualmente che il predominio della lingua inglese non comporti la perdita delle importanti sfumature dei vocaboli di altre lingue europee. Giuseppe Bombino, Pietro Denisi, Diego Fortugno, Demetrio Antonio Zema e Santo Marcello Zimbone si occupano dell’applicabilità dell’IFF (Indice di Funzionalità Fluviale) per l’analisi degli effetti indotti dalla sistemazione con briglie sullo stato ecologico di tre fiumare calabresi, caratterizzate da rilevanti variazioni periodiche di portata, assenza prolungata del deflusso minimo vitale, sproporzionata ampiezza delle sezioni trasversali vallive, presenza di un profondo ammasso alluvionale e continue modificazioni dell’alveo. In queste condizioni la vegetazione ripale costituisce la principale struttura biologica dell’ecosistema, e si registra una diminuzione dell’IFF da monte verso valle anche in condizioni non antropicamente modificate, e che la realizzazione di briglie incrementa il valore dell’IFF. Ugo Moisello e Massimo Tomirotti prendono in esame la relazione fra i massimi annuali della portata al colmo Q e della portata media giornaliera q con lo stesso tempo di ritorno. Le osservazioni relative al bacino del Po mostrano che questa relazione può assumersi come lineare, e che il rapporto R fra Q e q può risultare sia crescente che decrescente al crescere del tempo di ritorno. In particolare R risulta decrescente con il crescere del tempo di ritorno quando il bacino è molto esteso e il coefficiente di variazione di q è elevato. Monica Moroni e Antonio Cenedese verificano la potenzialità di due sistemi di acquisizione di immagini iperspettrali progettati e messi a punto presso il DICEA dell’Università La Sapienza di Roma, basati uno sull’uso di spettrometri e l’altro sui filtri interferenziali, caratterizzati entrambi da ampia risoluzione spettrale e spaziale con peso, consumo energetico e costi molto contenuti. La loro efficacia è stata testata nella separazione di materiale plastico a valle della raccolta differenziata, in una campagna di telerilevamento da aeromobile e nel monitoraggio di un sito contaminato. Queste tecniche trovano applicazione anche per la classificazione della vegetazione, il controllo del livello trofico delle acque, lo studio del degrado del suolo e dei beni culturali e nell’industria agroalimentare.
Nella sezione “In Breve” è riportato il resoconto del Quinto seminario su “La diagnosi e la gestione dei sistemi idrici” tenutasi a Roma il 16-17 giugno 2011, i cui atti sono contenuti nel CD allegato a questo numero della rivista. Il seminario, curato come quelli pregressi con grande efficacia da Bruno Brunone, Marco Ferrante e Silvia Meniconi, ha ribadito la validità e vivacità di questo tema di ricerca in Italia, come dimostra la presenza dei nostri ricercatori in campo internazionale, riconosciuta anche dall’assegnazione all’Italia dell’organizzazione nel 2013 nel 2014 di due fra le più importanti conferenze internazionali sui sistemi acquedottistici (CCWI e WDSA), che normalmente si svolgono nei paesi anglosassoni. La prima “Computing and Control for the Water Industry – CCWI” sarà proprio in concomitanza con la sesta edizione del seminario, dal 2 al 4 settembre 2013 a Perugia. Nella stessa sezione Armando Carravetta ricorda con grande affetto a dieci anni dalla sua scomparsa Lucio Taglialatela; sembra impossibile che sia passato tanto tempo dalle sue telefonate accorate e appassionate. Infine, vorrei segnalare il resoconto e il documento finale del “Convegno sulla mitigazione del rischio e prevenzione delle calamità. Il ruolo della donna” e le recensioni di due importanti libri in lingua inglese: la prima, a cura di Ruggiero Jappelli, presenta il “Concrete Faced Rockfill Dams (CFRD) ICOLD Bulletin n.141” che tratta in maniera esaustiva i problemi progettuali e manutentivi delle dighe rockfill con manto di tenuta in conglomerato cementizio, mentre l’altra, a cura di Andrea Rinaldo, è un’appassionata presentazione del volume di Luca Ridolfi, Paolo D’Odorico e Francesco Laio “Noise-induced Phenomena in the Environmental Sciences”, che rappresenta un contributo di grande importanza nella trattazione degli effetti indotti da perturbazioni, e del ruolo del disordine e dell’eterogeneità nelle scienze ambientali ed in particolare dell’Ecoidrologia.


Il Direttore
Mario Rosario Mazzola
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