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Ugo Majone

ACQUA E CITTÀ

"Talete mentre stava mirando le stelle e aveva gli occhi rivolti al cielo, cadde in un pozzo e allora una fanciulla di Tracia lo motteggia dicendogli che egli si dava gran pena di conoscere le cose del cielo mentre non vedeva affatto quello che aveva davanti a sé".
Così scrive H. Blumenberg nel saggio filosofico del 1988 “Il riso della donna di Tracia” riprendendo una citazione di Platone.
Talete, quindi, distratto com’era cadde in un pozzo pieno d’acqua, di quell’elemento naturale da lui ritenuto il principio, l’archè, di tutte le cose.
Quando qualche tempo fa lessi questa storia ebbi l’impressione di trovarmi di fronte ad una sorta di metafora: la metafora del rapporto non sempre facile che l’uomo ha avuto con l’acqua in ogni epoca storica.
Consentitemi un altro paio di citazioni in proposito.
Nel Gattopardo, Tomasi di Lampedusa - siamo nel diciannovesimo secolo - descrive con queste parole, dette dal Principe Don Fabrizio al Segretario della Prefettura Chevalley, il rapporto che la gente di Sicilia aveva con l’acqua: “Lei non sa ancora, ma da noi si può dire che nevica fuoco, e poi l’acqua che non c’è e che bisogna trasportare da tanto lontano che ogni sua goccia è pagata da una goccia di sudore – e dopo ancora le piogge sempre tempestose che fanno impazzire bestie e uomini proprio dove una settimana prima le une e gli altri morivano di sete”.
Non viene di pensare ai gravissimi danni provocati dalle piogge tempestose che in questi giorni hanno colpito Messina? E alla gente di molti paesi della Sicilia che vede scorrere l’acqua nei rubinetti di casa solo per qualche ora ogni paio di settimane?
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