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ACQUA E INGEGNERIA

È sempre più diffusa nella comunità scientifica, come pure nel mondo delle professioni, nella società e nelle istituzioni, la resistenza a riconoscere le discipline idrauliche dentro la sintesi espressiva di Scienza e tecnica dell’ingegneria delle acque, un’espressione culturale, questa, non propriamente accademica.
Ciò appare ancora più sconcertante, se delle discipline idrauliche ripercorriamo la lunga e controversa evoluzione storica, a partire dall’idraulica più antica. Le opere idrauliche di una storia più che millenaria e le tecniche che fin dai tempi più remoti l’uomo ha avuto bisogno di sviluppare per assicurare la sua vita e la sopravvivenza, ma anche per migliorare le condizioni materiali e il proprio benessere, sono tutte a dimostrare che l’idraulica, prima ancora che una scienza è stata una tecnica, un’arte, una creazione della mente. La pura e sola logica, senza l’intuizione e l’immaginazione, può soltanto essere un muoversi alla cieca, senza vedere in prospettiva, senza guardare lontano. Che piaccia o no, consapevolmente o meno, esiste tra l’ingegnere idraulico e il poeta un comune sistema di pensiero, che non può che servire alla scienza e al suo progresso. Si pensi all’ingegnere idraulico quando vede l’arpa di Nikuradse nel diagramma delle perdite di carico o quando immagina il morning glory nel pozzo di scarico di superficie di un invaso. Non è, questo, un concetto nuovo, se già nel 1962 Bernard Le Méhauté in “Phylosophy of hydraulics”, scriveva sul “Journal of the Hydraulic division”: Pure logic alone, without intuition and imagination, can only be blundering. Whether he likes it or not, whether he is conscious of it or not, there exists between the hydraulic engineer and the poet a communion of thoughts, which cannot but serve science. It is for this reason that the hydraulic engineer sees a “harp of Nikuradse” in the diagram of head loss coefficient for a pipe, and a shaft spillway brings to mind the “morning glory”. Sometimes, the hydraulic engineer even prides himself on poetry and literature. E, aggiungiamo, l’immaginazione, legittima quanto la logica, è ancora oggi il vero terreno fertile per la germinazione scientifica in ogni campo dell’ingegneria.
È stato il dominio del bisogno a guidare l’immaginazione e l’esperienza umana nei millenni, sollecitando la conoscenza: assicurarsi almeno qualche litro di acqua al giorno, pur non vivendo in riva a un fiume; proteggersi contro le alluvioni; lavorare il suolo per la sua sussistenza; imparare a usare l’acqua, temerla, conoscerla; realizzare opere d’arte idrauliche sempre più grandi e sofisticate. È nato così il primo pozzo, il primo ramo di condotta. Forse un giorno l’archeologia ci consegnerà il primo pozzo, il primo ramo di tubatura, la prima difesa: oggi sappiamo che fin dalle prime epoche del suo soggiorno sulla terra, l’uomo sapeva costruire e usare tali opere. Fatti conosciuti ci rivelano le capacità inventive e operative dell’uomo nell’antichità: una rassegna sintetica delle applicazioni della tecnica idraulica che l’uomo, dai tempi più remoti, ha sviluppato per far fronte ai suoi bisogni, fu presentata alcuni anni fa da Jacques Bonnin, in un articolo su “Idrotecnica” dal titolo “Alcuni aspetti dell’idraulica nell’antichità”.
I realizzatori di certe opere e manufatti hanno intuito, prima ancora di scoprire, i principi fondamentali dell’idraulica.
Così è stato con pozze, fosse e rigagnoli, così è stato con l’irrigazione artificiale per i cacciatori-raccoglitori, all’esordio delle civiltà: acqua per far crescere le colture, prima ancora che per alimentare le case, per le quali bastavano davvero pochi secchi. Lo sviluppo delle pratiche di vita neolitica fu un processo su grande scala di trasformazione e sfruttamento a scopo produttivo dello spazio territoriale e contraddistinse l’azione dei coltivatori-allevatori. Il passaggio dalla vita nomade a quella sedentaria, la diffusione su pianure coltivate, l’esplosione demografica, furono le qualità specifiche di questa formazione sociale e - diremo insieme a Guelfo Pulci Doria, nella relazione generale al 28° Convegno di Idraulica e Costruzioni idrauliche - caratterizzarono il paradigma generale del neolitico, quello di un’esistenza basata sull’organizzazione consapevole e razionale della produzione dei mezzi di sussistenza, l’agricoltura e la pastorizia. Si determinò un mutamento epocale del modo di porsi dell’uomo di fronte alla natura e il rapporto di rapina si trasformò in un rapporto di collaborazione, in cui ebbero molta importanza le conoscenze e le tecniche dell’idraulica. Si susseguirono così sei fasi, a cui l’idraulica dovette rapportarsi creativamente con i suoi contributi: la coltivazione nomade; l’irrigazione per inondazione; l’orticoltura a giardini; i villaggi con fossati; l’espansione urbana; le oasi e le città carovaniere. E, con la tecnica, cresceva anche la conoscenza, il sapere esperto.
Vennero anche le prime dighe, gli sbarramenti: opere per imbrigliare un corso d’acqua, per costituire serbatoi. Le prime dighe possono essere state piccole e non avere lasciato tracce, prima del quarto millennio, in Mesopotamia e in Egitto, ma poi ne furono erette altre, in muratura e in terra, nel mondo occidentale e in Cina, India, Pakistan. Man mano che l’esperienza si rafforzava, anche le tecnologie miglioravano, si perfezionavano le realizzazioni, si costruiva il sapere scientifico mattone su mattone. Oltre gli invasi, si costruirono via via opere d’adduzione, reti di distribuzione, fognature, canali con pendenze regolari su diverse decine di chilometri, gallerie per portare l’acqua sotto il suolo, condotte di piombo, condotte in carico, di pietra o di legno, di terracotta o di metallo, utilizzate per alimentare sotto pressione città poste sulla cima di un monte. Presso i Cretesi e i Greci, o costruite dagli Etruschi e, più tardi, dai Romani, troviamo una quantità di tubature, bacini di ripartizione e di sedimentazione, che costituirono anche l’occasione di definire disposizioni e norme per l’uso dell’acqua. Acque sotterranee, usate per migliorarne qualità e quantità con finezza d’ingegno e grande perseveranza: l’uso dei pozzi è usuale fin dal terzo millennio e probabilmente è anche più antico. Da lavoratori esperti, i muqannι - , con l’appoggio di forza lavoro semplice, furono eseguiti canali nella vena freatica, fin dal secondo millennio, i qanaˇt arabi e i kariz persiani, canalicoli sotterranei di lieve pendenza scavati nella falda freatica, che collegavano una serie di cunicoli verticali simili a pozzi: un sistema di trasporto dell’acqua usato per fornire una fonte affidabile di approvvigionamento idrico per gli insediamenti umani e per l’irrigazione, in climi caldi e ambienti aridi del Medio Oriente. E poi vennero ancora lavori di idraulica fluviale, per proteggere le terre contro le alluvioni e rendere i fiumi navigabili: canali di derivazione per rendere possibile la navigazione. Canali di congiunzione, scavati o solo intrapresi, furono canali di congiunzione fra due mari: il primo canale dal mare Mediterraneo al mare Rosso fu iniziato nel ventesimo secolo prima di Cristo e compiuto solo molto tempo dopo, con alterno interesse da parte di faraoni, imperatori, sovrani e re. Sui corsi d’acqua si costruirono anche le chiuse, principalmente in Cina, prima e durante i regni della dinastia degli Han, chiuse di ogni genere, per interrompere o regolare il deflusso e consentire il passaggio di barche.
Si rompevano via via le credenze nei magici influssi divini sulla vita dell’uomo. Persino Tiresia, indovino a Delfi, diagnosticò la mancanza di una fognatura per porre fine alla peste a Tebe: con mirabile ironia, Friedrich Dürrenmatt smonta i mostri sacri della mitologia greca, nel divertente racconto “La morte della Pizia”, Adelphi 1976. Non più riti propiziatori. E così la conoscenza dell’idraulica ha dato a governanti ed a dominatori un vantaggio indubitabile, un potere incontrovertibile. Potremmo aggiungere molti altri esempi: i canali per rifornire gli eserciti, i passaggi a guado, i canali per alimentare la città e limitare le pretese dei conquistatori. Anche i sistemi di misura per permettere il controllo dei fenomeni e per garantire la gestione delle acque servirono a governare o dominare. Di oltre cinquemila anni fa, troviamo misure per le variazioni stagionali e anche giornaliere del livello dei fiumi, per esempio sul Nilo: anche grazie ai “nilometri”, fu possibile consolidare il dominio da parte dei faraoni. Sistemi grossolani, ma efficaci, erano quelli prevalenti, di fronte alla lentezza con cui progrediva la conoscenza. Ad esempio la stima della portata degli acquedotti: fino a Vitruvio incluso, gli ingegneri romani non sapevano stimare la portata degli acquedotti se non misurando la sezione trasversale, trascurando pure la velocità. Così le prime macchine idrauliche furono costruite senza utilizzare il metallo, raro e caro: fatte di legno, hanno lasciato a testimonianza pochi ruderi. Le più antiche, fin dal quinto o quarto secolo, furono usate in Egitto e in Cina per rilevare l’acqua. Poi ruote idrauliche, norie, catene a cassetti. In Siria, sull’Euronte, ci sono tuttora norie in funzione, il cui cigolio rappresenta il respiro costante della città di Hamah. Pochi secoli prima di Cristo, le norie hanno suscitato l’idea di costruire ruote motrici, precursori delle moderne turbine. Per mancanza di conoscenze teoriche e di una tecnologia sufficiente, non potevano essere prodotte, duemila anni fa, le moderne macchine che funzionano in carico: soltanto pochi secoli fa sopravvenne l’unica grande invenzione dell’era attuale.
Nella storia, accade spesso che il dominio della tecnologia soffochi la scienza, interrompa la sua strada, impedisca l’affermazione della sua identità. E accade tutte le volte che di tecnologia si serva il potere dominante, l’economia, il mercato, mentre la scienza e la sua crescita restano virtualmente le uniche risorse al servizio del progresso dei popoli, per la fuoriuscita dalla subalternità. Oggi, e almeno dagli anni novanta del ventesimo secolo, gran parte dello sviluppo tecnologico ha ormai poco a che fare con il bene sociale, quando la tecnologia è indirizzata a trovare sbocchi alla sovrapproduzione di un sistema industriale e finanziario che si mostra sempre più anacronistico. La comunità scientifica non può comportarsi come un’elite più o meno segreta, una parte funzionale ed espressione diretta dei decisori. La libertà sociale e intellettuale della scienza è messa a repentaglio dalle priorità di ricerca dettate dalla produzione. Troppo spesso i finanziamenti alla ricerca sono assegnati a comparti e temi che giovano a un’idea discutibile di sviluppo economico, quella che promuove il virtuale, il superfluo, il militare, a spese del sociale e della conservazione ecologica.
È quanto accaduto anche con l’impero romano. Scomparve la scienza ellenistica, a poco a poco dimenticata sotto l’impatto della Roma tecnologica. Ci sono testimonianze dell’esistenza di una scienza, correttamente chiamata moderna, già nel mondo ellenistico, ed è questa la ricostruzione che fa Lucio Russo, in “La rivoluzione dimenticata”, Feltrinelli 1996. Ci fu uno iato, durato più di quindici secoli, in cui si esercitò talmente poco l’attività umana chiamata “scienza” da suscitare la convinzione che essa non fosse mai esistita prima. A partire dal rinascimento, gli stessi pionieri della scienza moderna, da Leonardo a Galilei, da Newton a Darwin conobbero e apprezzarono la scienza ellenistica, presumendo di esserne gli eredi, perciò impegnati nell’estenderla. Allo stesso modo anche oggi la scienza rischia di perdere la propria identità, sotto la spinta di un occidente ossessionato da tecnologia e guerra, in risposta alla paura, che si diffonde vertiginosamente.
Oggi nulla è dato per scontato su cosa accadrà in un prossimo futuro, ma resta in noi la preoccupazione che la perdita di identità della scienza possa costituire la versione moderna di quanto nella storia è accaduto alla scienza ellenistica.
L’ingegneria idraulica romana nasce nella Roma dei Tarquini, tra il settimo e il sesto secolo prima di Cristo. Nella florida città fluviale nascono i canali di drenaggio, una tecnica derivata dagli Etruschi, e ai tempi degli ultimi re di Roma fu costruita la Cloaca Massima, tra le prime grandi opere di urbanizzazione, una delle più antiche condotte fognarie, realizzata usufruendo dell’esperienza sviluppata dall’ingegneria etrusca. La tecnica degli acquedotti si sviluppa con i Romani: in quattro secoli, tra il 312 avanti e il 52 dopo Cristo, nascono nove acquedotti, altri due nei secoli immediatamente successivi. Interessanti i manufatti degli acquedotti romani: gallerie aereate, tratti a sifone - i più in terracotta, pochi in piombo - poi castelli idraulici di ripartizione (ad esempio il castellum o caput aquae dell’acquedotto di Lione, un serbatoio da cui si dipartono nove condotte; oppure il Serbatoio delle Sette Sale, una grande cisterna, costituita da sette vasche di ripartizione, necessaria alle terme di Traiano). Ma prima c’erano state le piscine, una in testa l’altra in coda all’acquedotto, con finalità di sedimentazione del limo. Acquedotti, terme, ponti sul fiume, mulini nel corso d’acqua, caratterizzavano nel 1500 il paesaggio di Roma, città d’acqua. I mulini furono distrutti tutti, travolti da una piena negli anni settanta del diciannovesimo secolo. Intasarono i ponti sul fiume e non furono più ricostruiti. Vennero le sistemazioni del Tevere, per difendere Roma dalle alluvioni. Interventi come drizzagni, serbatoi di laminazione, sistemazioni di sponda con gabbioni alla rinfusa, palificate, ecc. caratterizzavano l’idraulica fluviale a Roma. Solo nel 1985 si conclude la bonifica del territorio romano, con drenaggio delle acque a mare.
Ed è ancora Bonnin, già citato, a rilevare che nella storia dell’evoluzione della conoscenza scientifica, con grande difficoltà furono avanzate teorie innovative. Tardivi e inesatti furono i frammenti di teoria relativi alla meccanica dei fluidi e all’idrologia, teorie che non furono sempre utilizzate in caso di bisogno. Negli ultimi secoli avanti Cristo, i filosofi greci hanno dato conclusioni stravaganti circa le origini di grandi fiumi o le cause delle loro alluvioni. Il concetto di ciclo idrologico, apparve in Cina verso il decimo o nono secolo prima di Cristo, e fu principalmente sviluppato in Grecia da Talete, Senofane, Aristotile, fin dal settimo secolo. Si riconosce in Archimede il fondatore dell’idrostatica, ma i concetti fondamentali della statica dei fluidi si sono sviluppati assai lentamente, su un arco temporale tanto lungo che va almeno da Archimede a Pascal. Tali concetti sono stati in origine sviluppati in assenza di algoritmi matematici, col solo soccorso dell’intuizione e del ragionamento logico: particolarmente notevoli sono in questo senso le opere di Torricelli. Oggi sappiamo che un’eccezione venne nel primo secolo avanti Cristo da Tito Lucrezio Caro, che espose il principio di continuità, già presentato in una forma diversa, più di un secolo prima, da Erone, considerato il più grande ingegnere meccanico dell’antichità.
Sappiamo che una delle prime profonde intuizioni di idrodinamica è quella contenuta in un passo del “De Rerum Natura”, dove vi si realizza quella felice sintesi delle due culture, l’umanistica e la scientifica, auspicata ma assai raramente raggiunta. Antichità, contesto culturale in favore dell’ipotesi democritea di atomicità della materia, profondità dell’intuizione, assenza di apparati analitico-matematici, perfezione ed eleganza formale la caratterizzano: così “Su un passo di T. Lucrezio Caro attinente all’idrodinamica” si espresse Michele Fanelli in “Idrotecnica” nell’80. Nel passo era riportata l’intuizione cinematica del moto causato da un ostacolo solido che si sposti in un fluido incomprimibile. Col solo sussidio dell’immaginazione, Lucrezio rappresentò correttamente i caratteri qualitativi di un moto a potenziale di fluido incomprimibile: ricorre all’immagine di un pesce nell’acqua e osserva che sarebbe geometricamente possibile un moto con comprimibilità nulla, poiché all’avanzare della parte anteriore del pesce, ostacolo solido anch’esso incomprimibile, viene da essa occupato un volume esattamente uguale a quello lasciato libero dalla parte posteriore.
Anche a voler restringere la riflessione storica ad una fase più vicina ai nostri tempi - come fa Kenneth Keniston in “Leggere, contare e conoscere il mondo. La formazione degli ingegneri”, Technology Review 1997 - la stessa prima rivoluzione industriale, cioè la rivoluzione nella produzione di beni che ebbe inizio nel diciassettesimo e diciottesimo secolo e che nel diciannovesimo decollò con uno straordinario sviluppo delle industrie tessili, metallurgiche, ma anche dei trasporti e di altri settori, non fu la creazione di un’ingegneria basata sulla scienza, ma piuttosto il frutto del lavoro di dilettanti intuitivi e di artigiani dotati, se non proprio di arruffoni pieni di inventiva. Lo stesso fa Bernard Le Méhauté, nell’opera citata, quando sottolinea il contributo necessario dell’intuizione nel lavoro dell’ingegnere idraulico: The hydraulic engineer is logical in the statement of his ideas only after being intuitive in his discoveries. È pur vero che ci fu la concomitanza dello sviluppo della scienza, e specialmente il razionalismo scientifico e l’idea di progresso, a permettere quel clima fertile in cui la prima rivoluzione industriale poté manifestarsi; ma i primi canali, le prime fabbriche, le ferrovie, le acciaierie, i filatoi e i telai a motore non furono il risultato dell’applicazione sistematica dei principi scientifici da parte degli ingegneri. Tutto questo fu piuttosto dovuto all’inventiva e all’immaginazione di persone la cui formazione scientifica era generalmente approssimativa. I primi canali americani non furono costruiti da persone simili ai moderni ingegneri idraulici, formati su basi scientifiche, ma piuttosto da dilettanti entusiasti, artigiani ingegnosi e imprenditori tenaci. La maggior parte dei canali presentava grosse falle: accadde persino che un canale del diciannovesimo secolo, alla fine della sua realizzazione manifestasse un errore di due metri di dislivello alla congiunzione delle estremità dei due tronchi in via di costruzione. La scienza di base, se pur esisteva, non stava nelle menti degli ingegneri, ma altrove, principalmente nelle accademie urbane e in poche università, ed era più che altro un passatempo per aristocratici e persone abbienti. Fu solo verso la fine del diciannovesimo secolo, quando la spinta della prima rivoluzione industriale era diventata inarrestabile, che si fece gradatamente strada l’idea della posizione centrale della moderna ingegneria e venne avviata la seconda rivoluzione industriale. Fu allora che cominciò ad apparire, dapprima nell’industria elettrica britannica, in Italia e negli stati Uniti nei settori delle comunicazioni e della metallurgia, una nuova figura professionale, il precursore del moderno ingegnere. Sempre più venivano considerati ingegneri i cultori di una nuova professione, cioè coloro che avevano studiato i principi matematici e scientifici fondamentali, essenziali per le scienze applicate e pratiche.
Si specializzavano nei servizi pubblici e lavoravano come costruttori di ponti e strade, metallurgisti, ingegneri chimici, ingegneri elettrici o meccanici basandosi sulla conoscenza delle nozioni scientifiche più precise e più utili esistenti in quel momento. Fu con la creazione di questa nuova professione, e sulla base dell’idea radicale che ne aveva determinato la comparsa, che la spinta della prima rivoluzione industriale diede impulso alla seconda, il cui impeto ha guidato la trasformazione del mondo conosciuto fino ai nostri giorni. Fu allora che nacque l’attuale moderno ingegnere.
Ed è così che oggi l’idraulica non può più fare a meno della scienza, dei risultati numerici provenienti dai modelli matematici più avanzati, della sperimentazione su modelli fisici. L’idraulica applicata, le costruzioni idrauliche, l’idrologia non hanno più bisogno soltanto di sviluppi tecnologici, richiedono prima di tutto più conoscenza teorica, pretendono fondamento scientifico, soluzioni numeriche. Non si tratta soltanto di trovare la soluzione di problemi correnti, ma soprattutto di porre le basi per i più importanti processi di trasformazione della civiltà. E di tenere ben presente che l’innovazione tecnologica, che un tempo era considerata come il mezzo verso una vita migliore, non può diventare la principale causa di un esteso degrado ambientale.
In Scienza e tecnica dell’ingegneria delle acque, dunque, capacità di immaginazione e obiettività scientifica: questa è la sintesi dell’ingegnere idraulico, un’associazione di creativa dote intuitiva e rigorosa forza razionale. Di certo, la sua innata intuizione, alimentata dallo studio, sviluppa la sua logica induttiva, molto vicina a quella esprit de finesse che è essenziale ad esprimere matematicamente il problema in studio e ad estrarre i fenomeni essenziali dal disordine apparente.
Senza la logica induttiva, Prandtl e von Kàrmàn non ci avrebbero mai dato una teoria della turbolenza. Una volta che sono stabilite con valida approssimazione modellistica le equazioni che esprimono il suo problema, l’ingegnere idraulico ha da risolverle. E questo vien fatto dalla logica deduttiva, niente più che l’esprit de géometrie. Quindi l’idraulica congiunge “l’esprit de finesse” con “l’esprit de géometrie”, troppo spesso ritenute opposte da chi fraintende il reale pensiero di Pascal.
Immaginazione scientifica, linguaggio logico e struttura matematica convergono nell’ingegneria delle acque. È da questo processo del pensiero che sono stabilite le teorie. Le soluzioni matematiche sono ottenute applicando i metodi matematici alle equazioni basate su concetti fisici: il principio di continuità che esprime la conservazione della materia, l’equazione della quantità di moto che esprime la conservazione dell’energia, le condizioni al contorno. Talvolta è necessario semplificare intuitivamente queste equazioni fondamentali per ottenere una soluzione matematica. Queste congetture matematiche, se verificate successivamente dagli esperimenti, sono di molto più effetto che le pure profezie analitiche.
Infine l’ingegnere idraulico determina soluzioni fisiche, la cui accuratezza può essere verificata sperimentalmente per alcuni semplici casi particolari e così la conoscenza può essere ottenuta del limite di validità delle assunzioni originali, sulle quali si basavano le soluzioni generali.
L’interesse scientifico e tecnico dell’ingegnere idraulico si sviluppa così dentro la “geoidrosfera”, dove si manifestano le interazioni delle opere con l’ambiente e i processi ambientali, emissioni, cambiamenti climatici, valutazioni ambientali.
Da almeno tre generazioni, tutti quei vincoli che l’ingegnere delle acque poteva un tempo tranquillamente trascurare, sono entrati a far parte della sua attività e della sua formazione. Fattori una volta ritenuti esterni, impatti ambientali, problemi di sicurezza, livelli di emissione in atmosfera, rischio di inquinamento, compatibilità energetiche, effetti delle opere a livello globale, sono diventati parti integranti della progettazione ingegneristica. Fondamentali sono a tal proposito i contributi delle geoscienze, l’ambito dentro cui l’idraulica moderna si colloca, le aree della scienza della terra e dello spazio, dove ha luogo lo studio di tsunamis, atmospheric dust storms, climate change, drought, flood, typhoons, monsoons, space weather, planetary exploration. Qui ritroviamo le nuove frontiere della scienza idraulica: ritroviamo la turbolenza e il caos, ci imbattiamo nella complessità, sperimentiamo l’approccio entropico, utilizziamo la lettura dei frattali, quella della reti. Ma poi è dentro il bacino idrografico che si esplicano oggi le competenze di ingegneria e ricerca idraulica.
Territorio, fiumi, città. Qui mettiamo in relazione, intersecandole, le tre acque: quelle da cui difendersi, quelle da utilizzare, quelle da tutelare nella qualità e proteggere dall’inquinamento. Perciò occorre ripartire dai fiumi, dalle loro differenti morfologie, dalle loro instabilità idrodinamiche, dal loro habitat ecologico, dal loro impatto sul territorio: sarà questa la vera rivoluzione paradigmatica di cui c’è bisogno, un nuovo paradigma scientifico-tecnologico ed economicosociale.
E qui potrà tornare utile un catalogo di morfologie idrodinamiche che distingua i corsi d’acqua e ne distingua i processi, senza incorrere in anguste classificazioni e banali generalizzazioni. Qui si sviluppano i legami con altre discipline e altre scienze. Se ancora inadeguata è la partecipazione italiana all’integrazione europea in materia d’acqua, è perché nei programmi-quadro si rileva una forte necessità di gruppi interdisciplinari costituiti da meteorologi, climatologi, fisici atmosferici, statistici, esperti di rischio, sociologi, urbanisti, antropologi che affiancano gli ingegneri idraulici, gli ingegneri sanitari, gli idraulici agrari, i geologi. Interdisciplinarietà che, pur essendo la chiave di volta per affrontare le complessità, stenta ad affermarsi compiutamente, dentro i nostri confini.
La tecnica idraulica si diffonde nella pianificazione dei bacini idrografici e nella gestione dei distretti idrografici: opere sì, ma non solo; costruzioni sì, ma non solo. Deve diventare chiaro ormai che anche il piano di difesa dalle inondazioni è opera di ingegneria: piano di fattibilità, di progettazione di massima, programma esecutivo, piano gestionale. Non può più valere l’identificazione di acqua con le sole opere di ingegneria idraulica. Lo sviluppo armonico e sostenibile di un paese presuppone un saggio concerto di grandi opere, infrastrutture civili, costruzioni idrauliche, piccoli manufatti. E, insieme a queste, l’apertura di cantieri per la difesa del suolo e la valorizzazione del territorio. Nella gestione delle risorse idriche e nella pianificazione dei bacini idrografici, in quell’attività che chiameremo “water management and watershed planning”, l’acqua è da considerarsi come bene comune. E non va trascurato, inoltre, il rapporto stringente che esiste tra l’energia e l’acqua. Le emergenze e le calamità mettono in crisi la pianificazione e la programmazione degli interventi in situazioni ordinarie: di qui la necessità di un rapporto inter-retroattivo dell’autorità di bacino con quella di protezione civile.
Il principio di responsabilità: quante volte l’ingegneria idraulica è stata chiamata, e continua ad esserlo, ad intervenire per risolvere problemi creati da una non felice pianificazione territoriale o da un’economia deleteria e aggressiva. È dalla fine della seconda guerra mondiale che molti paesi si sono sempre più orientati ad ottenere spazi e a sfruttare risorse, così da avere trasformato irreversibilmente il loro territorio, accrescendo frequenza e pericolosità di eventi intensi e catastrofi naturali. La scienza non può essere un accessorio del modello prevalente di sviluppo economico. Tanto meno la scienza idraulica. Per funzionare, un modello economico non può che avvalersi di saperi, conoscenza di problematiche specifiche e di compatibilità settoriali. In una società libera, la scienza prospetta, ed è poi la sfera politica che decide, sancisce, sceglie tra scenari, seleziona tra gradi di rischio, confronta tra diverse evenienze possibili. È la politica, l’insieme dei decisori, a comprendere in una visione integrata il complesso delle conseguenze di scoperte e innovazioni tecniche. E ancor più decisivo si rivela il ruolo politico, se si tiene conto che fin dal principio di indeterminazione di Heisenberg l’uomo ha dovuto necessariamente abbandonare l’approccio di un sapere consolatorio perché deterministico e, con questo, anche qualunque enfasi positivistica. In presenza di condizioni climatiche particolari, con il pianeta in balia di eventi catastrofici sempre più frequenti, con il diffondersi dovunque dell’occupazione e gestione del territorio da parte dell’uomo su basi poco coerenti tanto con la fisica del contesto quanto con l’organicità e la funzionalità di una crescita responsabile, non è certo casuale che si abbandoni ogni opzione previsionale e preventiva, né che si occupino i territori con sistematica esponenziale pervicacia, o che venga elusa l’infrastrutturazione ingegneristica più urgente, quella consistente nella messa in sicurezza del territorio attraverso interventi pianificatori snelli ma soprattutto rispettosi dei limiti idrogeologici, non è casuale infine che beni insostituibili, perché vitali, vengano ridotti al rango di merce ad alto valore aggiunto.
Non è certamente un caso perché il dubbio, se non la ragionevole certezza, che è necessario sottoscrivere un patto di collaborazione fra saperi e politica, può avanzarlo chi del dubbio ha fatto il suo logo epistemologico e professionale, chi contribuisce alla ricerca di nuovi paradigmi e nuove verità, per vocazione o per professione. Con Karl Popper: l’uomo è consapevole di non poter raggiungere la verità, ma è parimenti certo che deve cercarla fino in fondo.

di Vito A. Copertino e Massimo Veltri*

*V. A. Copertino, DIFA, Università degli Studi della Basilicata; M. Veltri, Presidente dell'Associazione Idrotecnica Italiana.
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