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In questo numero della Rivista il filo conduttore che lega gli articoli di Antonio Bossola, di Calogero Gambino e di Carlo Lotti e la recensione di Ruggiero Jappelli sul libro “Perché il Sud è rimasto indietro” di Emanuele Felice è riassumibile nel binomio Cassa per il Mezzogiorno e Sud. Le opere di cui si occupano quei tre articoli probabilmente non esisterebbero se nei primi anni 50 non fosse stata istituita la Cassa per il Mezzogiorno che nei successivi quindici anni diventò la beneficiaria dei più importanti prestiti della World Bank nell’Europa Occidentale. La Cassa in quel periodo è stata considerata come un esempio mondiale di successo nella politica di sviluppo, come testimoniato dai documenti interni della stessa World Bank, che sono diventati pubblici solo recentemente ed analizzati nel bel libro di Amedeo Lepore “La Cassa per il Mezzogiorno e la Banca Mondiale. Un modello per lo sviluppo economico italiano”, edito nel 2013 da Rubbettino. Il Sud non solo è rimasto indietro, ma negli ultimi anni il gap con il Centro-Nord si è allargato, direi non solamente in termini economici, ma anche nel livello dei servizi, nella tenuta del sistema sociale e nella reale presenza dello Stato. Questo fenomeno, purtroppo non sembra originato da un significativo sviluppo di questi fattori nel Centro-Nord, dove anzi alcuni di essi appaiono in regressione, quando da un progressivo consolidamento delle debolezze strutturali del Mezzogiorno. Questo progressivo degrado non ha risparmiato l’infrastrutturazione e la gestione delle risorse idriche, sia per gli usi civili che per quelli irrigui. Eppure, come ricorda Paolo Savona nella Postfazione del libro di Lepore, il primo periodo della Cassa ha “quasi” risolto il problema delle risorse idriche, e lo stesso Gabriele Pescatore, storico Presidente della Cassa che sino al 1976 ha impersonificato questo periodo, ricordava in un’intervista al Corriere della Sera nel 1995 che l’immagine che portava dentro di sé del Mezzogiorno era quella di una maestra elementare di Nuoro, Margherita Sanna, che descriveva con drammatico fervore la vita delle donne sarde vestite di nero che prima dovevano fare tre o quattro chilometri al giorno per andare a prendere l’acqua dal torrente e che adesso erano state affrancate dalle opere realizzate dalla Cassa. Per quale ragione un quasi successo si è trasformato in un certo insuccesso? Cosa ha interrotto il grande sviluppo dei primi anni della Cassa riducendone e spesso vanificando nell’immaginario collettivo gli effetti positivi, al di là della realtà fattuale? Non pretendo certamente di articolare un ragionamento su una problematica così complessa in poche righe, né esaltare acriticamente il primo periodo della Cassa rispetto a quello successivo, che certamente non ha conseguito gli stessi risultati del primo; tuttavia, non si può disconoscere che il primo periodo della Cassa ha rappresentato l’unico della storia unitaria nel quale il divario fra Nord e Sud è diminuito. Come dice Lepore: “le strategie seguite alla chiusura definitiva dell’intervento straordinario e, in particolare, le politiche di sviluppo locale non hanno comprovato la fondatezza di una impostazione che si basava sull’idea di una crescita autonoma e autosufficiente delle diverse parti dell’Italia, sostenendo l’esistenza di una “questione settentrionale” che sopravanzava l’esigenza di risolvere il problema dell’arretratezza meridionale. Né tantomeno sono servite a originare una responsabilizzazione a livello territoriale e far partire un circuito virtuoso dell’economa: anzi, la parte di questi interventi che ha interessato il Mezzogiorno ha ingenerato nuove aspre polemiche sugli enormi sprechi della spesa pubblica, dispersa in mille rivoli improduttivi e clientelari, piuttosto che in direzione di un progetto di sviluppo. Il dualismo economico, quindi, la principale antinomia italiana nel corso di un secolo e mezzo, si è ripresentato con tutta la sua forza, acuendo, soprattutto nell’ultimo decennio, le diseguaglianze e la disparità di crescita fra il Nord e il Sud. Oggi occorre costruire la consapevolezza della dimensione universale dei problemi e della necessità di affrontarla con nuovi strumenti di regolazione globale, con una forte tensione alla ripresa di un percorso non solo di risanamento finanziario, ma di crescita economica. A questo proposito, la ripresa di politiche di carattere nazionale appare come una condizione necessaria, anche in una in cui le risorse pubbliche sono molto limitate e le strategie di coesione vanno indirizzate verso sblocchi selezionati, volti ad accrescere l’accumulazione produttiva e l’innovazione.”
Se l’Italia deve crescere mediamente del 2% all’anno per rendere sostenibile il peso del debito pubblico, non è possibile raggiungere questo risultato senza lo sviluppo del Mezzogiorno. Per evitare gli errori del passato occorre capirlo. Sarebbe interessante riscrivere tutta la storia della Cassa nel campo delle infrastrutture idriche, senza pregiudizi di nessun tipo, ma con la volontà di emettere giudizi anche impietosi. Forse capiremmo meglio perché reti idriche e depuratori non funzionano; e perchè esistano contemporaneamente serbatoi artificiali senza reti di distribuzione o senza acqua e leggi di riordino dei servizi inapplicate da anni.

Il Direttore
Mario Rosario Mazzola

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