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Qualche tempo fa ho letto un articolo del giornale “The Economist” che si soffermava sugli errori della scienza. Il ragionamento sviluppato partiva dall’idea base che i risultati di qualunque scoperta scientifica dovrebbero essere sempre soggetti a verifica sperimentale. La possibilità di replica degli esperimenti è stato il potente motore che ha consentito lo straordinario sviluppo della scienza moderna dal seicento. Eppur oggi si riscontra in molti campi se non in tutti un progressivo allentamento dei controlli sui risultati delle ricerche per cui troppe scoperte, inizialmente spacciate per sicure si rivelano il risultato di esperimenti poco accurati. Come esempio venivano riportati i casi dei ricercatori dell’azienda biotecnologica Amgen che nel 2012 hanno scoperto che erano in grado di replicare solo 6 dei 53 studi oncologici “fondamentali” o quelli della casa farmaceutica Bayer che sono riusciti a ripetere solo un quarto di 67 importanti esperimenti. Logicamente gli esperimenti in campo biomedico hanno grande importanza in quanto possono salvare o mettere a repentaglio vite umane, ma anche in altri settori è molto alto il prezzo da pagare in termini di spreco di denaro e di tempo impiegato dai ricercatori, il cosiddetto capitale umano. L’Autore fra le cause principali individuava l’obbligo di “pubblicare a qualunque costo” che governa ormai la vita accademica in USA. La verifica dei risultati degli altri non serve a fare carriera e si è spinti a esagerare i risultati ottenuti scegliendo quelli che fanno comodo. Viene a mancare la spinta alla verifica delle ipotesi degli altri, come dimostrato dalla riduzione del numero di articoli che trattano i “risultati negativi”, che sono passati dal 30% degli anni novanta al 14% attuali. 
Lo stesso articolo esprime dubbi anche sulla assoluta validità della peer review, citando l’esperimento di una nota rivista medica, che sottoponendo alcuni studi al giudizio di altri esperti del settore ha scoperto che alcuni errori inseriti volutamente non sono stati rilevati da molti di loro, anche se avvertiti che si trattava di un test. Esistono strumenti per migliorare il livello qualitativo delle ricerche, quali una revisione paritaria più rigorosa, o una valutazione che si basa anche sui commenti dopo la pubblicazione, o la destinazione da parte dei soggetti finanziatori delle ricerche della ripetizione degli esperimenti da parte di altri ricercatori.
Questi commenti non perdono la loro attualità nel trasferimento dall’USA all’Italia e dal campo medico a quello dell’ingegneria idraulica. Il meccanismo della carriera universitaria si basa oramai in percentuale preponderante sull’impact factor e sul citation index, che certamente non invogliano all’impegno in ricerche in argomenti poco esplorati o non di moda e comunque non premiano gli sforzi di verifica della applicabilità nella pratica ingegneristica delle teorie elaborate. 
La separazione fra mondo della ricerca e quello professionale, inteso nella sua accezione più vasta che comprende anche l’esercizio delle proprie competenze all’interno delle imprese e delle amministrazioni, è un argomento non nuovo ma più che mai attuale, e ho già avuto modo di trattarlo su queste stesse pagine in altre occasioni. Molti sentono la necessità di una inversione di tendenza ma nessuno ha la ricetta valida per superare o almeno non allargare ulteriormente questo gap. 
Non è sufficiente una presa di coscienza personale o un desiderio collettivo per invertire la tendenza, quando le procedure per la carriera universitaria non premiano questi sforzi o all’interno delle imprese l’innovazione viene vista più come un esercizio intellettuale di pochi che non deve pesare sui bilanci piuttosto che un investimento essenziale per il futuro. Piuttosto che le recriminazioni di tutti noi, che stanno diventando noiose, i driver di una inversione di tendenza potrebbero essere rappresentati dall’avvio di una regolazione premiante della qualità nei servizi idrici, e in una regolazione ambientale dinamica e incisiva piuttosto che statica e burocratica.
Ma chi si deve occupare della linea editoriale di un Rivista come L’Acqua che non ha alle spalle un editore forte ma piuttosto una associazione come l’AII, non può aspettare dinamiche evolutive sulle quali non può certamente influire, né sperare su un impossibile ritorno a condizioni di contorno superate dalla realtà. Sino ad adesso la convinzione di molti, compreso il sottoscritto, è stata quella del mantenimento della storica visione ecumenica della Rivista che ospiti contemporaneamente le sezioni Memorie e Note Tecniche, dove le contribuzioni sono volontarie e sottoposte a revisioni, certamente anche meno rigorose di quelle di una rivista internazionale con impact factor, e di Sezioni Speciali programmate con interventi ad inviti. Anche questo numero segue questa articolazione, con due memorie scientifiche che si occupano di ingegneria marittima e di idrologia, e altri sei articoli che formano la sezione speciale “Dighe e Serbatoi Artificiali: l’esperienza italiana”. Io credo che oggi, alla luce della flessibilità che deriva dalla possibilità di accompagnare l’edizione cartacea con l’edizione on-line sia possibile identificare modalità che consentono di differenziare il prodotto editoriale che si occupa di ricerca da quello relativo alla divulgazione dei risultati pratici delle stesse e alle realizzazioni, mirando quindi a due aree di interesse in parte sovrapponibili, ma non coincidenti.
Tornando al contenuto di questo numero, nella sua rubrica il Presidente evidenzia l’importanza dei serbatoi specialmente per la produzione idroelettrica e auspica un rinnovato interesse per le dighe superando i pregiudizi che negli ultimi decenni hanno suscitato queste opere. Vorrei solamente aggiungere che si tratta di un patrimonio enorme per tutto il Paese, e che non può essere trascurato o abbandonato al suo destino. Tuttavia la necessità di una loro manutenzione non è solamente un onere, ma anche l’occasione per ridefinire la loro utilità con un seria valutazione della loro valenza economica alla luce degli usi reali e non di programmi fantasiosi.
Fra le Recensioni vi segnalo quella di Andrea Rinaldo del libro “Bisagno. Il fiume nascosto” di Renzo Rosso. E’ un doloroso omaggio ad un fiume e ad una città che è stata colpita proprio in questi giorni per l’ennesima volta. Una città che dopo tanti anni che frequento con assiduità sento anche mia.

Il Direttore
Mario Rosario Mazzola

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