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Editoriale 4-2017

Cari Lettori,
il fascicolo della Rivista L’Acqua che vi accingete a sfogliare viene allestito negli ultimi giorni del mese di luglio 2017, in piena emergenza siccità, in un momento in cui si prospetta come imminente persino un razionamento idrico per la capitale del Paese e nel quale, comunque, i danni inferti all’agricoltura e agli allevamenti sono già pesantissimi, oltre 2 miliardi secondo la Coldiretti, talché diverse Regioni si accingono a chiedere al Governo la dichiarazione
dello stato di calamità naturale. 
Mi sembra quindi doveroso dedicare a questa situazione qualche sia pur breve riflessione.
L’Italia è un paese piuttosto ricco d’acqua, sia pure con una distribuzione territoriale e stagionale alquanto disomogenea. Considerando che la precipitazione media annua sul Paese è di circa 970 mm, il volume medio annuo di pioggia è stimabile in circa 300 miliardi di m3. Le stime delle risorse idriche rinnovabili oscillano tra 170 e 190 miliardi di m3/anno. La stima dei prelievi idrici presenta qualche incertezza, soprattutto in relazione alla quantificazione della componente irrigua; in media si valuta che il prelievo idrico complessivo ammonti a circa 40 miliardi di m3/anno. I prelievi ammontano quindi a circa il 13% del volume annuo piovuto totale e al 21-23% delle risorse rinnovabili. Si tratta di percentuali relativamente contenute, incrementando le quali, anche solo di qualche punto, si potrebbero fronteggiare molto meglio condizioni climatiche siccitose come quelle che, in questi mesi, stanno interessando il nostro Paese. 
Un maggiore sfruttamento delle disponibilità idriche esistenti richiederebbe però un potenziamento delle attuali capacità di stoccaggio dei deflussi superficiali e quindi, in definitiva, la realizzazione di nuove opere di invaso. Su queste attività il Paese è di fatto fermo da tempo, per incapacità di costruire i necessari percorsi decisionali e di formazione di consenso sociale, intrappolato come è tra ricorrenti ostruzionismi derivanti da diffuse e pervasive sindromi di Nimby e, forse soprattutto, di Nimto. Al riguardo, è interessante osservare l’evoluzione storica del numero delle grandi dighe (ovvero delle dighe aventi volume di invaso maggiore di un milione di m3 o altezza maggiore di 15 m) presenti in Italia. Il loro numero è cresciuto ad un ritmo di circa 8.3 nuove dighe all’anno dal 1920 al 1965 circa, passando da circa 25 a circa 400 dighe; poi, a seguito del disastro dovuto alla frana del Vajont (1963), il loro numero ha continuato a crescere ma con ritmo più rallentato (4.3 nuovi elementi l’anno) fino all’anno 2000 (circa 550 dighe), per poi rimanere costante anzi tendere a decrescere. 
Oggi si contano 534 grandi dighe, di cui però solo 409 sono in esercizio normale (fra queste peraltro 26 con limitazioni gestionali); ben 89, infatti, sono in esercizio sperimentale, 25 fuori esercizio, 11 in costruzione.
Questi numeri non necessitano di commenti particolari, rendendo evidente come nel settore ci siano importanti margini di crescita della capacità di stoccaggio, oltre che attraverso una ripresa della realizzazione di opere di invaso, anche soltanto attraverso la riqualificazione e rifunzionalizzazione dell’esistente e il completamento dell’incompiuto.
La seconda considerazione riguarda il livello delle perdite idriche che nel Paese risultano inaccettabilmente elevate. 
Senza entrare nel merito dei consumi irrigui, che rappresentano insieme alla zootecnia circa il 50% dei consumi totali, nelle reti di distribuzione del settore potabile le dispersioni di rete -calcolate come differenza percentuale tra i volumi immessi e quelli erogati- ammontavano nel 2012, secondo dati Istat, al 37,4%, risultando in aumento rispetto al 2008 (32,1%). Addirittura nelle Isole, ove si ha il più elevato livello di dispersione, si stimavano perdite del 48,3%; quindi quasi la metà del volume immesso in rete non raggiunge gli utenti finali. Va segnalato che altre fonti indicano valori caratteristici delle perdite di rete, sensibilmente superiori rispetto a quelli indicati da Istat. C’è quindi un’evidente necessità di importanti investimenti sulle reti idriche. 
Facendo riferimento all’intero settore del Servizio Idrico Integrato (includendo quindi anche i servizi di fognatura e di depurazione), il fabbisogno ottimale di investimenti per l’Italia è stato stimato in circa 5 miliardi €/anno, che corrispondono a circa 80 €/abitante/anno; tale quantificazione è peraltro in linea con i valori caratteristici dei paesi europei più avanzati (es. Germania, Francia, Regno Unito), nei quali gli investimenti oscillano tra 80-120 €/abitante/anno. Da studi effettuati da Utilitalia, risulta invece che gli investimenti realizzati negli ultimi anni in Italia per il Servizio Idrico Integrato oscillano intorno a 1,8 miliardi di euro/anno, corrispondenti a circa 30 €/abitante/anno. In definitiva, anche queste considerazioni sulle perdite evidenziano chiaramente la necessità di un’accelerazione degli investimenti nel settore idrico.
Speriamo quindi che la lezione impartita dalla siccità di questi mesi non venga dimenticata alla ripresa autunnale, come avvenuto in altri casi, e che invece, questa volta, le intenzioni e i buoni propositi manifestati in questo periodo si traducano in effettiva operatività, supportata da adeguate disponibilità finanziarie e da meditati piani di intervento.
Venendo all’illustrazione dei contenuti del presente numero della Rivista, il fascicolo si apre con una memoria di Sbarigia, Bonafè e Zanetti, che tratta del problema della rivalutazione della sicurezza idrologica degli invasi, illustrando le verifiche idrologico-idrauliche condotte dall’Enel in relazione alle 200 dighe italiane che gestisce. 
Nella grandissima parte dei casi, le dighe dell’Enel, anche se progettate diversi decenni or sono sulla base di metodologie idrologiche dell’epoca e comunque con una disponibilità di dati osservazionali molto più modesta di quella odierna, sono risultate adeguate a smaltire la piena millenaria. In alcuni casi, invece, si è dovuto procedere all’adeguamento degli organi di scarico. La memoria illustra quindi in dettaglio tre casi tipo, rappresentativi di differenti tipologie di intervento per tale adeguamento.
L’uso della modellazione numerica per l’analisi degli effetti idrodinamici derivanti dall’interazione tra moto ondoso e scogliere frangiflutti a gettata è l’oggetto della successiva memoria di Dentale, Di Leo, Reale e Pugliese Carratelli. L’approccio proposto abbandona l’impostazione tradizionale, che rappresenta l’effetto della presenza di vuoti facendo riferimento ad una schematizzazione di mezzo poroso, modellando la struttura mediante la sovrapposizione di singoli elementi tridimensionali e utilizzando una griglia di calcolo numerico infittita al punto tale da avere dei nodi computazionali all’interno dei meati. La validazione dei risultati del modello numerico si avvale del confronto con le risultanze di esperimenti di laboratorio. 
Il porto di Maratea è l’oggetto della memoria di Benassai, Guiducci e Piccione, che trattano l’evoluzione storica della configurazione delle opere di difesa. Il porto fu costruito negli anni ’50 ma ben presto mostrò evidenti limiti di efficienza: la configurazione delle dighe di protezione non riusciva, per mari di qualche intensità, a difendere in modo adeguato il bacino portuale, garantendo condizioni accettabili di agitazione interna. In occasione della mareggiata del gennaio dell’87, si manifestarono poi gravi danni alle opere di difesa esterne. La configurazione delle opere di difesa fu quindi rivista con l’ausilio di un modello fisico realizzato negli anni ’90, che ha guidato le scelte progettuali di adeguamento delle opere di difesa; gli A. descrivono nel dettaglio le configurazioni delle opere di difesa analizzate nel modello e i risultati delle prove eseguite. Gli AA. sottolineano quindi i benefici derivanti dalla disponibilità di un’adeguata modellazione fisica, evidenziando come le condizioni di agitazione nel bacino portuale avrebbero potuto essere previste se, all’epoca del progetto originario, fosse stato predisposto uno studio su modello.
Nella Sezione Discussioni il fascicolo ospita due scritti di Jappelli. Nel primo, intitolato Conflitti, l’A. si sofferma sull’ambiguità di alcune situazioni che si caratterizzano per la difficoltà della ricerca di un ragionevole compromesso tra ragioni tecniche e decisioni politiche. Nello scritto Rivisitazioni il raro accostamento di immagini di luoghi nello stato naturale e dopo l’inserimento di opere offre lo spunto per riflessioni sulle trasformazioni del territorio avvenute nel Mezzogiorno d’Italia con la costruzione di dighe di ritenuta di serbatoi idrici. Al riguardo, è anche interessante il confronto tra il Porto di Maratea, quale appare oggi sulla copertina del presente fascicolo, ed alcune antiche immagini della Riviera Tirrenica della Basilicata riprodotte nella pagina interna intitolata Maratea.
Il numero si chiude con la Sezione In breve, che ospita una presentazione curata da Drusiani della prossima edizione del Festival dell’Acqua, che si terrà in ottobre a Bari; la Sezione prosegue con un contributo di Abbà, Biasibetti, Collivignarelli e Sorlini sul tema della sicurezza dell’acqua per uso umano, che descrive l’approccio al problema introdotto nel 2004 dall’Organizzazione Mondiale di Sanità; quest’ultimo prevede l’istituzione del Water Safety Plan o Piano di Sicurezza dell’Acqua (PSA), che si basa sulla valutazione e gestione del rischio di contaminazione dell’acqua in tutte le fasi della filiera idrica, dalla captazione al punto di consumo.
La Sezione è chiusa da una nota di Meneghin sui sistemi acquedottistici, in cui viene esposta una visione critica degli usuali interventi di razionalizzazione delle reti, in particolare la distrettualizzazione; a giudizio dell’A., invece, un uso intensivo e pervasivo del telecontrollo è l’unica via da percorrere per la razionalizzazione e per un effettivo efficientamento del funzionamento delle reti acquedottistiche.
Il Fascicolo pubblica inoltre l’ampia recensione, a cura di Frega, del recente libro dal singolare titolo Bombe d’acqua, scritto da R. Rosso, ed. Marsilio.
Il Fascicolo ospita l’inserto Impianti Idroelettrici. Esperienze e criteri di progettazione di G. Celentani, presentato da G. De Martino, che nella sua prefazione ricorda intensi e produttivi studi sulla materia e stimola l’interesse del lettore.
Desidero, infine, dare il benvenuto al nuovo Segretario Generale, l’ing. Roberto Zocchi, con il quale sono certo di operare efficacemente nell’interesse dell’A.I.I.. 
Buona lettura!

Armando Brath

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